Riprendere a camminare dopo una protesi all’anca

Quando ci si prepara per un intervento di protesi di anca molte sono le domande che il paziente si pone. Una tra tutte è la più comune: quando potrò riprendere a camminare dopo l’intervento? Il cammino è ciò che ci rende liberi e indipendenti, è una delle motivazioni fondamentali all’intervento per chi decide di operarsi. Ebbene la risposta è semplice: in un centro fast track il paziente che si opera di protesi all’anca non smette mai di camminare. Vediamo perché.

riprendere camminare dopo protesi anca

Riprendere a camminare dopo protesi anca: la pre-abilitazione

Uno degli aspetti fondamentali di chi soffre di un’artrosi all’anca è non lasciare che la malattia possa ridurre drasticamente la funzione articolare. Sembra un controsenso, ma il paziente è il primo artefice nell’ostacolare le conseguenze della malattia artrosica. Chi sa di soffrire di artrosi deve cominciare precocemente la sua battaglia contro la rigidità. L’artrosi infatti, a causa dell’infiammazione e della formazione di osteofiti, tende a ridurre giorno per giorno l’elasticità del movimento.

Allungare i tessuti con lo stretching e rinforzare la muscolatura

I tessuti però possono essere allungati con lo stretching. Con la stessa motivazione di un atleta il paziente può continuare a mantenere l’elasticità dei tessuti con esercizi di allungamento in palestra o a casa. Se il movimento è preservato, la ripresa delle attività e il ritorno al cammino saranno molto facilitate. La serie di esercizi per mantenere l’elasticità si affiancano agli esercizi per la forza. Sulla forza bisogna essere più attenti, perché gli esercizi di rinforzo possono infiammare l’articolazione rendendo vano lo sforzo. Generalmente gli esercizi in acqua, il nuoto e la bicicletta sono le attività ideali per rinforzare i muscoli e tornare a camminare dopo una protesi con maggiore facilità. Non dimentichiamoci poi degli altri muscoli. Quanto spesso trascuriamo il rinforzo dei muscoli addominali e dei muscoli posturali. Un core forte è la base per costruire il resto del movimento. Alzarsi dal letto e riprendere a camminare bene dopo una protesi all’anca sarà molto più facile se la parte centrale del corpo è tonica.

Riprendere a camminare dopo protesi anca: le tecniche chirurgiche

Non è il paziente da solo che è responsabile della ripresa del cammino dopo una protesi di anca. Anche le tecniche chirurgiche sono fondamentali. Da molti anni abbiamo applicato nel nostro reparto i principi del Fast Track, che prevedono di non fermare mai il cammino del paziente. Si tratta di mettere in piedi e far riprendere a camminare il paziente dopo una protesi di anca il giorno stesso dell’intervento. In realtà questo obiettivo fondamentale nel recupero del paziente è solo la conseguenza di una serie innumerevole di cambiamenti che abbiamo apportato alle tecniche chirurgiche. Mini invasività, ridotte perdite di sangue, interventi brevi – questi sono i cardini del recupero rapido e del cammino immediato per il paziente.

Riprendere a camminare dopo protesi anca: le attenzioni mediche

Non solo la chirurgia influenza il risultato. Anche la gestione medica è fondamentale. Per riprendere a camminare bisogna avere un ottimo compenso della funzione generale. Con l’attenzione alla preparazione medica del paziente si può:

  • controllare l’anemia pre-operatoria;
  • evitare le flebo e i cateteri, che sono di impaccio alla ripresa del cammino;
  • evitare le ipotensioni nell’alzarsi in piedi, che possono causare giramenti di testa e cadute al paziente.

Riprendere a camminare bene dopo protesi di anca: i materiali protesici

Anche la qualità della protesi impiantata è fondamentale nella ripresa del paziente. Le protesi moderne infatti hanno una stabilità primaria incredibile fin dal primo momento. Le stampe tridimensionali dell’impianto consentono di ottenere delle protesi che si imparentano da subito con l’osso e sono talmente stabili da consentire un carico completo di tutto il peso corporeo senza rischi. Anche in una categoria di persone come i pazienti con grave osteoporosi, le moderne tecniche di cementazione consentono di raggiungere una enorme stabilità dell’impianto. Tradotto in pratica la protesi moderna consente di essere caricata con il 100% del peso corporeo da subito, permettendo di riprendere a camminare dopo l’intervento di protesi d’anca senza dover aspettare.

Riprendere a camminare dopo protesi di anca: il ruolo chiave del cammino nella riabilitazione

Il cammino dopo una protesi d’anca è terapeutico. Il più delle volte l’unica riabilitazione che chiediamo al paziente è camminare. Nel cammino il paziente esercita i muscoli e ritorna prima a stare bene. Il consiglio iniziale è questo: poco tempo in piedi più volte al giorno è la chiave del successo. Tanto più ci si sente in forza, tanto più si aumenta il numero delle volte che si cammina. Il consigli è quello di fare inizialmente 10-15 minuti di cammino 4-5 volte al giorno, intervallando l’esercizio con il riposo magari mantenendo la gamba elevata. Questa è la migliore terapia per riprendere a camminare dopo protesi d’anca.

In conclusione

Riprendere a camminare dopo una protesi d’anca significa non smettere mai di farlo, aiutati dalla tecnica chirurgica, dalla terapia medica e dalla qualità della protesi impiantata. Un percorso possibile per tutti se si parte con il piede giusto.

Borsite trocanterica o borsite all’anca: come si origina e come va trattata

L’anca è una delle articolazioni più importanti del corpo umano. Che si cammini, si corra o semplicemente ci si alzi da una sedia, quando c’è qualcosa che non va ci se ne accorge facilmente. Il dolore al fianco può essere estremamente invalidante e impedire le normali attività quotidiane. Molto spesso però questo dolore non è pericoloso e dipende da una patologia che prende il nome di borsite. Nel prosieguo di questo articolo andremo dunque a capire come si origina e come curarla. Una piccola precisazione prima di procedere con la lettura: i termini borsite all’anca e borsite trocanterica sono sinonimi e quindi del tutto equivalenti.

Borsite all’anca di cosa si tratta

borsite-trocanterica

Cosa sono le borse sinoviali?

Le borse sinoviali (dette anche borse sierose o borse mucose) sono delle strutture sierose,  sacche contenenti siero che hanno lo scopo di far scorrere tra loro fasce tendinee e ossa. In altre parole le borse sinoviali sono disposte in punti strategici del corpo umano per bloccare o ridurre lo sfregamento, l’attrito e gli urti che coinvolgono ossa, tendini, legamenti e tessuti.

Le borse sinoviali sono dunque degli ammortizzatori collocati in tutti quei punti in cui ci sono delle frizioni tra strutture diverse. Strutture afferenti a più tessuti che convivono in prossimità proprio grazie alla presenza ammortizzante di una borsa sierosa. Tutto funziona a meraviglia fino a quando la borsa non si infiamma.

La frizione a livello dell’anca che genera dolore

A livello dell’anca la maggiore frizione si ha tra l’osso detto trocantere e la borsa che fa scivolare la fascia lata, la fascia profonda della coscia su questo osso. Si parla in questo caso di borsite trocanterica o borsite all’anca.

La diagnosi della borsite

Borsite trocanterica quali sono le cause

Ad oggi non si conoscono precisamente le cause che condizionano la comparsa della borsite trocanterica. Spesso le cause della borsite anca possono essere multifattoriali. L’incidenza maggiore in genere si ha nelle donne di età compresa tra i 45 ed i 65 anni, in quanto per conformazione del bacino hanno un maggior attrito tra fascia lata e trocantere. Altre volte è semplicemente lo sport come la corsa prolungata o il ciclismo. Inoltre, molto spesso può essere un trauma l’origine di tutto il problema.

Borsite all’anca quali sono i sintomi

I sintomi della borsite trocanterica includono generici dolori articolari e acuita sensibilità al dolore. Spesso la borsite all’anca produce gonfiore e vampate di calore a ridosso della zona interessata. Il sintomo principale della borsite trocanterica è il dolore nella zona dell’inguine e del gluteo, che inizialmente si manifesta di solito in modo intenso e specificatamente topico. Tuttavia, se non curato, il dolore può estendersi oltre l’area propria dell’anca, allargarsi all’intera coscia ed arrivare fino al ginocchio. In sintesi, i sintomi della borsite all’anca possono essere descritti come segue:

  • Dolore al fianco.
  • Può iniziare molto acuto, poi diventa un dolore diffuso che si può irradiare a tutta la coscia.
  • Peggiora dormendo sul fianco, talvolta non si riesce proprio a dormire su quel lato.
  • Spesso nelle attività si scioglie un po’ e diminuisce, mentre a riposo o nei primi movimenti è più intenso.

La terapia per la borsite all’anca

Borsite trocanterica come va trattata

Dopo che la diagnosi è stata fatta con la visita, e sono state eventualmente escluse con approfondimenti altre cause che possano aver determinato il problema, si passa alla terapia. La prima fase è sempre non chirurgica. Si tratta di cercare di ridurre l’infiammazione modificando i comportamenti, usando molto stretching prima delle attività. Se le precauzioni non bastano si può passare a infiltrazioni. La cosa più utile è l’infiltrazione ecoguidata che riesce a instillare direttamente nella borsa un cortisonico che agisce da antinfiammatorio. Generalmente con 1 o massimo 2 punture si risolve il problema per molto tempo. Diventa poi fondamentale avere precauzioni per evitare che ritorni il problema mediante esercizi che si imparano in fisioterapia.

Tutori ortopedici: sono essenziali o se ne può fare a meno?

I tutori ortopedici sono stati una grande acquisizione dell’ortopedia moderna. Hanno infatti consentito di immobilizzare le articolazioni sostituendo in gran parte la necessità di ingessare le ossa. Vediamo in questo articolo quali tutori ortopedici sono utili e come devono essere utilizzati i vari modelli. Parleremo inoltre di quei casi in cui il tutore è meglio evitarlo, o comunque usarlo con parsimonia.

I Tutori Ortopedici: Cosa Sono

Il tutore ortopedico è un presidio medico che consente di immobilizzare o supportare un’articolazione perché possa guarire dopo un infortunio o un intervento, oppure possa disinfiammarsi in caso di artrosi. I tutori ortopedici sono oggetti morbidi rinforzati da stecche, disegnati e progettati in maniera ergonomica per accogliere i nostri arti.

Tutori per la Spalla

Tutori Ortopedici e Fratture della Spalla

Per le fratture della spalla i tutori ortopedici si usano spesso. Si tratta generalmente di immobilizzazioni per fratture del collo dell’omero oppure in esito di lussazioni di spalla. Nelle fratture l’immobilizzazione prende il nome di Desault. Si tratta di un tutore spalla che fascia il braccio tenendolo completamente immobilizzato vicino al torace. Questo tutore ha il vantaggio di essere molto efficace nel bloccare il movimento e per questo si usa solo nelle fratture. Come conseguenza negativa si ha una guarigione che lascia una importante rigidità in una posizione che non favorisce il funzionamento del braccio. La gestione moderna permette comunque di rimuoverlo cautamente per l’igiene personale e per mobilizzare il gomito e il polso. Generalmente – ma le indicazioni devono essere viste sulla base del tipo di frattura, questo tutore spalla si rimuove temporaneamente dopo 3 settimane per iniziare la fisioterapia.

Tutori Ortopedici e Lussazioni di Spalla

Nelle lussazioni di spalla si parla invece di tutori ortopedici con cuscino che permetta di ottenere un certo grado di extrarotazione del braccio. Infatti, sembra che i legamenti che si guastano guariscano in maniera più naturale se il braccio viene tenuto un po’ ruotato verso l’esterno, così da lateralizzare i legamenti con una guarigione più anatomica. Esistono diversi tipi di tutori in questo settore. I migliori anche come compromesso con la comodità extra-ruotano di 15°. Anche in questo caso l’immobilizzazione deve essere temporanea. Generalmente è consentita la rimozione del tutore per l’igiene una volta al giorno. La rimozione completa avviene nella maggior parte dei casi dopo tre settimane.

Tutori Ortopedici e Interventi alla Spalla

L’altro settore in cui il tutore ha incrementato il confort e la sicurezza è il post intervento chirurgico. Il tutore consente da una parte l’immobilizzazione necessaria alla guarigione, dall’altra le mobilizzazioni quotidiane per igiene e recupero del movimento già nelle prime fasi postoperatorie. Il mio preferito è a 15° di abduzione e con un sistema per togliere il carico dal collo.

Tutori Ortopedici e Traumi del Ginocchio

Nel passato una distorsione di ginocchio veniva ingessata. Oggi nella maggior parte dei casi si tende a lasciare libera l’articolazione per non causare importanti perdite di massa muscolare dopo un infortunio. L’unico caso in cui può essere indicato un supporto esterno sono le rotture dei collaterali, specie il mediale in cui una buona immobilizzazione favorisce una guarigione migliore.

Tutori Ortopedici per la Rotula

L’utilizzo del tutore rotula è controverso. Come regola di base dobbiamo capire che è decisamente meglio investire su una buona fisioterapia per aiutare lo scorrimento della rotula sul femore. Soltanto in alcuni casi può essere utile avere un aiuto temporaneo, un tutore per medializzare la rotula.  A questo scopo è possibile trovare tutori per la rotula efficaci, in grado di favorire il ricentramento dinamico dell’articolazione in maniera semplice.

Tutori Ortopedici per Tendiniti

Questi tutori ortopedici hanno lo scopo di mettere a riposo il tendine per favorire una risoluzione del problema infiammatorio. Generalmente si usano per le epicondiliti (gomito del tennista) oppure per il tendine rotuleo. I tutori ortopedici per tendiniti sono sempre utilizzati all’interno di un complesso di cure, per cui è difficile dire se e quanto sia davvero determinante il loro uso.

Conclusioni

I tutori hanno avuto un ruolo importante in ortopedia, per consentire un miglior confort e igiene in tutte le condizioni che richiedono immobilizzazione e supporto alle nostre articolazioni. Il loro uso deve essere ragionato sulla base della patologia e in maniera scientificamente solida per ottenere il risultato sperato. Il consiglio del vostro ortopedico potrà guidarvi sulla scelta e sul modo di utilizzare il tutore che meglio si adatta al vostro specifico caso.

Come si Fa una Corretta Visita Ortopedica

La visita ortopedica è quello strumento attraverso il quale un medico chirurgo raccoglie tutte le informazioni necessarie a comprendere un problema (diagnosi) e a impostare una cura appropriata (terapia). In questo contesto si acquisiscono un numero enorme di informazioni legate al colloquio e alla visita medica che insieme agli esami strumentali consentono allo specialista di farsi una chiara idea del problema. Vediamo quali sono le fasi di cui la visita si compone.

Come si Fa una Corretta Visita Ortopedica: l’Anamnesi

L’anamnesi è quella parte di colloquio in cui il medico si fa un quadro preciso della situazione. Prevede di indagare il principale motivo della visita, le caratteristiche del disturbo. Anche se sembra una semplice chiacchierata, questo è uno dei momenti più importanti del percorso diagnostico. Dalla descrizione dei sintomi si capisce la natura e l’importanza del problema. Dall’attività lavorativa o sportiva si possono dedurre importanti forme di sovraccarico delle articolazioni. Dalla storia familiare si può avere suggerimenti riguardanti l’origine genetica di alcune patologie. Una corretta raccolta anamnestica permette di orientarsi tra gli accertamenti per prescrivere terapie o ulteriori esami diagnostici.

Come si fa una corretta visita Ortopedica: la Lettura Degli Esami

Dopo aver raccolto le informazioni di base si passa alla valutazione degli esami diagnostici. Anche questo è un momento molto importante. Infatti spesso sono i dettagli delle immagini a suggerire l’origine del problema. Inoltre la visualizzazione delle immagini guida la visita medica immediatamente successiva.

Come si fa una corretta visita medica: l’esame obiettivo

Questa è la parte della visita più conosciuta. Questo è il momento in cui lo specialista esegue delle manovre manuali per verificare il punto di origine del problema. Si tratta di manovre per la stabilità delle articolazioni, di forza e di pressioni per evocare eventualmente il dolore percepito dal paziente. Questo momento è una importante verifica di quanto desunto da anamnesi e lettura degli esami.

Come si fa una Corretta Visita Medica: la Prescrizione degli Esami o di ulteriori accertamenti

A questo momento le informazioni sono completa per formulare una diagnosi o un sospetto diagnostico. Da questo momento è legittimo prescrivere una terapia medica o ulteriori accertamenti in maniera mirata. Questo è il solo percorso professionale che permette l’esercizio della professione medica.

Le visite e i Consulti a Distanza

Un grande sforzo si sta profondendo negli ultimi tempi per trovare strumenti che consentano valutazioni a distanza. Chirurgiarticolare offre un servizio di base gratuito per porre brevi domande di carattere generale al Dottor Lorenzo Castellani mediante un contatto diretto su Whatsapp. Si tratta di uno strumento semplice e molto apprezzato dai nostri pazienti, così da arrivare preparati alla visita medica vera e propria. Per esempio è utile in questa fase chiedere se gli accertamenti eseguiti sono sufficienti o se ci sono cose urgenti da fare prima della visita. Diamo inoltre la possibilità di veri e propri consulti a distanza per visione approfondita degli esami dietro compenso. Tale formula viene usata come “secondo parere” o comunque per decidere se affrontare un viaggio per una visita tradizionale, che resta sempre e comunque l’unico strumento possibile per formulare una diagnosi completa e prescrivere terapie.

Infografica: cosa ricordare prima di fare una visita medica con il dottor Lorenzo Castellani Ortopedico

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Il Ruolo del Chirurgo Ortopedico nella Valutazione del Paziente

I dolori alle articolazioni sono un problema comune che colpisce trasversalmente categorie di persone molto diverse tra loro: giovani e anziani, pigri e sportivi, lavoratori sedentari o manovali. Forse, proprio per il suo carattere diffuso, tutti si sentono chiamati a dare soluzioni, più o meno casalinghe, a questo problema. Al bar, per strada, in palestra: ogni luogo e buono per diagnosticare e trattare i problemi alle articolazioni. Ma c’è di più, oltre alla chiacchiera da bar, esiste poi un gran numero di “specialisti dell’apparato locomotore” che si sentono in grado di esprimersi, di dare consigli, aggiungendo un po’ di confusione al paziente che soffre di un problema reale. Vediamo come orientarsi in un mondo dove, tra i diversi professionisti, esiste un ruolo specifico per il chirurgo ortopedico nella valutazione del paziente.

Il Ruolo del Chirurgo Ortopedico nella Valutazione del Paziente vs il Personal Trainer

Generalmente il primo professionista che incontra la persona che ha un problema ortopedico è il personal trainer. Lo incontra sui social media, dove video e filmati di allenamenti si susseguono incessantemente. Lo incontra in palestra dove si allena. Il personal trainer è perlopiù un laureato in scienze motorie con competenze di fisiologia e biomeccanica. Il personal trainer ha un ruolo fondamentale nel raggiungimento di un ottimo stato di benessere fisico e funzionale nel paziente sano. Non fraintendetemi, si tratta di una figura importante, di cui ho massimo rispetto. Chiunque abbia provato a frequentare una palestra o un centro sportivo seguito da un personal trainer, sa quanto questa figura sia determinante per raggiungere un livello di allenamento completo e per muoversi in modo corretto con macchinari e attrezzi. Tuttavia, dobbiamo fare attenzione, la formazione del personal trainer non include generalmente competenze specifiche per quelle condizioni di stato patologico acuto o cronico: una lesione tendinea, una lesione legamentosa, un’artrosi avanzata sono generalmente condizioni di fronte alle quali il personal trainer ha dei limiti. Proprio a questo livello può e deve intervenire un chirurgo ortopedico. Un medico specializzato nel sistema muscolo-scheletrico – un professionista che conosce le patologie delle ossa (ne abbiamo circa 200), delle articolazioni (ne abbiamo oltre 350), dei legamenti, dei tendini e dei muscoli (se ne contano da 400 a 600) del corpo umano.

Concludendo, il personal trainer si occupa di soggetti sani o guariti dopo un trattamento chirurgico o fisioterapico, aiutandoli a raggiungere i loro obiettivi sportivi con l’allenamento. Il chirurgo ortopedico si occupa di soggetti che presentano patologie meccaniche di varia intensità, per aiutarli a risolvere dove possibile il problema ripristinando la funzione corretta mediante la rimozione e la cura del danno riscontrato.

Il Ruolo del Chirurgo Ortopedico nella Valutazione del Paziente vs il Fisioterapista

L’altro professionista che il paziente incontra generalmente quando le cose si mettono un po’ peggio a livello muscolo-scheletrico è il fisioterapista.  In un centro fisioterapico di solito si arriva già con qualche accertamento eseguito, un’ecografia – a volte una risonanza o una radiografia. Il fisioterapista è abituato ad aver a che fare con persone che hanno una patologia. Il buon fisioterapista basa il suo lavoro sulla valutazione del medico. Riconoscendo l’importanza del ruolo del chirurgo ortopedico, il fisioterapista è quello specialista in grado di accompagnare il paziente attraverso i vari step del recupero funzionale di una condizione patologica. Può farlo laddove la riabilitazione possa essere effettuata realmente, quando cioè sia possibile recuperare la funzione corretta in assenza di un danno meccanico.

Mi spiego meglio: il fisioterapista ha elevata compentenza biomeccanica per lavorare anche in condizioni patologiche dove il danno meccanico sia lieve o assente. Di nuovo dunque, il ruolo del chirurgo ortopedico è quello di escludere condizioni meccanicamente rilevanti che impediscano il lavoro del fisioterapista.

Esiste inoltre un’ulteriore condizione che può richiedere il lavoro del fisioterapista. A volte ci sono dei danni meccanici rilevanti che il paziente non può affrontare con l’intervento chirurgico. Paziente debilitati o immunodepressi, pazienti in condizioni precarie di salute in cui un intervento potrebbe non essere tollerato. In questi casi l’esperienza del fisioterapista può riuscire a trovare un compenso della funzione per raggiungere un obiettivo parziale comunque utile per la vita quotidiana del paziente.

Più Figure, un Unico Obiettivo: la Salute e il Benessere del Paziente

In conclusione, il ruolo del chirurgo ortopedico nella valutazione del paziente consiste nel diagnosticare e trattare tutti quei problemi meccanici delle articolazioni che impediscono il corretto funzionamento dell’apparato locomotore. Il suo ruolo viene integrato e potenziato da due figure non antagoniste ma sinergiche nel raggiungimento dello stesso risultato – il benessere del paziente e il ritorno alle funzioni complete. Sempre di più la collaborazione tra queste figure diventa necessaria per ottimizzare i risultati nel trattamento del paziente con dolore alle articolazioni.

La protesi d’anca mini invasiva a Firenze

Il mondo cambia, le tecniche si evolvono anche la terminologia cambia. Il concetto di protesi d’anca mini invasiva viene superato dalla logica più ampia del fast track, ma ancora oggi nel comune sentito la mini invasività fa da padrona.
Vediamo allora di capire il significato di tale procedura.

La protesi di anca mini invasiva: la storia

L’attenzione verso la minore invasività dell’intervento chirurgico nasce negli anni ’90, quando lo sviluppo delle tecniche e degli strumentari si rivolge in modo preponderante alla diminuzione dell’impatto della chirurgia sui tessuti. Si pensava infatti che la sola riduzione della dimensione della ferita fosse la chiave per riuscire ad accorciare il tempo di recupero dei nostri pazienti.

Considerato che gli anni ’80 erano stati all’insegna del “grande taglio, grande chirurgo”, sicuramente la nuova tendenza alla minore invasività dell’intervento è stata molto positiva, sia per il minor impatto sul paziente, sia per una maggiore attenzione alla modifica degli strumentari per l’esecuzione dell’intervento.
Ricordo benissimo che, nel 2004, all’inizio della mia scuola di specializzazione in Ortopedia, i chirurghi si misuravano tra loro con i centimetri dell’incisione chirurgica eseguita: eri tanto più bravo quanto più piccolo era il taglio eseguito.

I problemi della tecnica mini invasiva nella protesi di anca

Se da un lato era certamente encomiabile il tentativo di ridurre l’invasività delle vie di accesso chirurgiche, dall’altro si verificavano dei paradossi. La riduzione esasperata della via d’accesso portò a molti casi di mal posizionamento dell’impianto legato alla bassa visibilità dovuta alla piccola incisione.

Il secondo paradosso era legato al fatto che, per riuscire a lavorare attraverso un’incisione piccolissima, negli strati più profondi dell’articolazione era necessario rilasciare muscoli e tendini in maniera molto più estesa per ottenere una visualizzazione sufficiente. Ai congressi dunque si cominciavano a vedere i danni degli eccessi di mini invasività.

I vantaggi della tecnica mini invasiva nella protesi d’anca

Il vantaggio più grosso della ricerca mini invasiva nella protesi d’anca è stato che negli anni si è capito cosa conveniva risparmiare e cosa non era utile risparmiare. Senza l’esasperazione degli anni ’90-2000 sarebbe stato impossibile arrivare al concetto moderno di mini invasività.
Nell’anca, per esempio, si è capito che era inutile ridurre eccessivamente l’ incisione cutanea, mentre, negli strati profondi, il rispetto dei muscoli e dei tendini era molto più importante.
Nell’approccio chirurgico, inoltre, mantenere il più possibile integra la capsula e i legamenti consentiva una migliore stabilità dell’impianto.

Lo stato dell’arte: dalla protesi d’anca mini invasiva al protocollo di recupero rapido “fast track” o “rapid recovery”

Fatto tesoro degli errori del passato e capiti i vantaggi della mini invasività profonda sui tessuti, un altro grande passo avanti è stato fatto dal 2007 in avanti adottando nella chirurgia i principi del recupero rapido.

Di fatto, siamo stati pionieri in Italia di questi concetti per opera del dottor Andrea Baldini che ha importato le tecniche nord europee e americane nel nostro paese, a Firenze, nella casa di cura IFCA di Villa Ulivella. Sono orgoglioso di aver fatto parte fin dall’inizio di tutto questo percorso che ci ha portato grandi risultati.

Il principio alla base è: oltre alla tecnica mini invasiva della protesi d’anca è fondamentale prendersi cura della persona a 360° dal punto di vista medico. Bisogna preparare i pazienti alla chirurgia dal punto di vista medico, dal punto di vista dell’informazione medica, dal punto di vista della riabilitazione.

La vera protesi d’anca mini invasiva moderna in 4 concetti chiave

Vorrei riassumere in un paragrafo la nostra ricetta di mini invasività nel 2021. Per farlo userei quattro concetti chiave:

  1. la tecnica chirurgica a impatto minimo,
  2. la riduzione delle perdite di sangue,
  3. la possibilità di rimettersi subito in piedi per camminare,
  4. il ruolo attivo del paziente informato nel recupero.

Tecnica chirurgica a impatto minimo: la vera protesi d’anca mini invasiva

Impatto minimo significa: incisione lunga quanto basta. Ogni paziente ha la sua dimensione. La signora Anna di 56 kg da sempre magra e non molto alta di sicuro non necessita di più di 6-7 cm di incisione, mentre Mario di 98kg alto 1 metro e 90 con grandi muscoli e con un po’ di peso acquisito negli ultimi anni può avere la necessità anche di 12-14 cm per consentire al chirurgo di lavorare con sicurezza. L’importante, sia nel caso di Anna che di Mario, sarà che il chirurgo non danneggi il muscolo quadrato, ricostruisca perfettamente la capsula e i rotatori, e non violi la capsula anteriore. In entrambi i casi, sia nei 6 cm di incisione sia nei 14 cm, si sarà trattato di una protesi d’anca mini invasiva o, come ci piace chiamarlo, di un intervento chirurgico a impatto minimo.

Riduzione delle perdite di sangue durante e dopo l’intervento

Il principale fattore di rallentamento nel recupero della protesi di anca è costituito dagli ematomi. Ridurre gli ematomi post chirurgici significa rendere rapido il recupero post operatorio.

Nell’anca non è sempre facile, ma si possono cambiare almeno 5 gesti nella gestione dell’intervento per minimizzare il rischio:

  1. fare emostasi accurata
  2. usare l’acido tranexamico
  3. mantenere un buon controllo pressorio durante e dopo l’intervento
  4. minimizzare il dolore (il dolore fa sanguinare di più il paziente)
  5. usare la crioterapia avanzata.

A Villa Ulivella IFCA di Firenze abbiamo realizzato un protocollo che permette di raggiungere tutto questo e da anni il nostro tasso di trasfusione negli interventi di protesi d’anca è lo 0%.

Subito in piedi per camminare: la vera protesi d’anca mini invasiva

reparto protesi anca mini invasiva

Il paziente allettato, specialmente se anziano, perde velocemente massa muscolare. Mettere a letto per giorni il paziente come si è fatto e si fa tuttora in molti ospedali nel mondo è la prima causa di malattia dopo l’intervento di protesi d’anca. Non soltanto perché si aumenta il rischio di pericolose trombosi (oggi con l’eparina il rischio è quasi scongiurato), ma soprattutto perché perdiamo massa muscolare fondamentale per rendere da subito autonomi i nostri pazienti nel vestirsi, lavarsi, camminare.

Con la moderna mini invasività, il giorno stesso dell’intervento il paziente potrà rendersi conto di aver finalmente abbandonato il dolore che lo affliggeva nel passato e di poter fare da subito affidamento sulla sua nuova protesi.

Il ruolo attivo del paziente informato

Ultimo punto, ma non meno importante: l’informazione al paziente.

Abbiamo creato un’applicazione per poter spiegare tutto quello che avverrà al paziente. Passo per passo il paziente stesso sarà parte attiva del suo recupero. Meglio ancora se affiancato da un familiare che avrà il ruolo di “coach” nel percorso post operatorio.

Il sito internet ancora diventa un deposito fondamentale di informazioni per il paziente. Le lezioni collettive sono state un momento importante e torneranno ad esserlo in futuro.

Conclusioni: la protesi d’anca mini invasiva diventa “fast track”

In conclusione, la mini invasività dell’intervento in chiave moderna diventa un concetto molto più allargato, che prevede certamente un lavoro nella chirurgia eseguito rispettando i tessuti, ma acquista davvero un senso se affiancato ad un corollario ben strutturato di gestione medica. L’obiettivo di quest’ultima sarà ridurre l’impatto per il paziente in modo da consentire un rapido ritorno alla normalità dopo l’intervento.

Sono a disposizione e felice di affrontare questo argomento con tutti i miei pazienti durante la visita medica e con chiunque voglia approfondire questi aspetti.

 

Borsite alla spalla: come si cura?

La borsite della spalla è un’infiammazione che colpisce la borsa che occupa lo spazio tra i tendini della cuffia dei rotatori e la scapola.

Lo scopo delle borse nel corpo umano è quello di rendere fluido lo scorrimento di più tessuti l’uno sull’altro.

Borsite alla spalla: cosa fare subito

La prima cosa che causa una borsite è il dolore. Specialmente il dolore colpisce durante la notte, a riposo, quando i tessuti sono più sensibili a ogni forma di infiammazione. A volte, oltre che durante la notte, il dolore può infastidire nei movimenti di sollevamento del braccio.

La prima risposta dunque che cerchiamo è come lenire il dolore che sentiamo. Possiamo riassumere i rimedi in 3 capitoli:

  • dormire con la schiena sollevata
  • usare ghiaccio
  • applicare antinfiammatori topici.

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Borsite alla spalla: come dormire

La prima cosa importante è evitare di dormire completamente coricati. Infatti la spalla infiammata soffre la posizione sdraiata. Molto meglio mettere dei cuscini dietro la schiena o nei casi più dolorosi dormire in poltrona in modo tenere la schiena sollevata.

Borsite alla spalla: i rimedi

Rimedi naturali

In caso di borsite alla spalla, volendo ricorrere a rimedi naturali per alleviare il dolore, è possibile usare la borsa del ghiaccio. Ma bisogna avere qualche accortezza. Il ghiaccio non deve mai essere messo nella parte posteriore perché nella spalla potrebbe causare contratture molto dolorose dei muscoli. Inoltre il ghiaccio deve essere sempre appoggiato sulla pelle con una protezione per evitare le ustioni nella parte anteriore della spalla.

Rimedi farmacologici

L’uso degli antinfiammatori potrebbe aiutare. Le compresse devono essere assunte solo dopo prescrizione medica perché possono essere pericolosi per alcune persone. I prodotti locali come creme e cerotti possono invece essere usate se non ci sono allergie al prodotto. Ne esistono molte formulazioni e si tratta di prodotti da banco vendibili senza prescrizione medica. Perché una crema sia efficace si raccomanda almeno 3-4 applicazioni al giorno.

La visita ortopedica per una borsite alla spalla

Una borsite è un importante campanello d’allarme per una spalla che non funziona bene. Una borsite può comparire per una scorretta postura o per un mal utilizzo della spalla o della scapola. Una visita attenta può identificare uno scorretto ritmo scapolo toracico, una postura scorretta della colonna o semplicemente la debolezza di alcuni gruppi muscolari. In questo modo può essere avviato un progetto riabilitativo con un fisioterapista.

Infiltrazioni per la borsite alla spalla

A volte il dolore è troppo intenso per essere gestito con la sola terapia non invasiva. In questi casi le infiltrazioni possono venire in aiuto. Esiste la possibilità di trattare con delle punture mirate di cortisonici o acido jaluronico l’infiammazione usando la guida ecografica come supporto per aumentare la precisione del gesto.

Questo approccio non deve essere interpretato come la cura del problema, ma solo come un supporto al dolore per consentire di impostare una buona fisioterapia per evitare delle ricadute.

I miei maestri: Andrea Baldini Ortopedico a Firenze

Nel mio percorso di crescita come chirurgo ortopedico sono arrivato a Firenze nel 2009. La spinta per me fu quella di aprire i miei orizzonti verso la chirurgia protesica delle grandi articolazioni dopo la mia bellissima esperienza di New York. In quel luogo, culla della chirurgia protesica moderna, il dottor Andrea Baldini aveva avuto il cuore della sua formazione chirurgica. Ma vediamo nel dettaglio il percorso che mi ha reso l’ortopedico che sono ora.

Il primo incontro con il dottor Andrea Baldini ortopedico a Firenze

Il primo incontro con il dottor Andrea Baldini in Toscana avvenne perché da ortopedico alle prime armi per riuscire a operare i miei primi pazienti mi spostavo ovunque ne trovassi la possibilità. Quel giorno ebbi modo di discutere con lui, che lavorava nella sala di fianco alla mia, di un caso che avrei operato dopo pochi minuti.

Il suo aiuto fu illuminante, tanto che gli chiesi come fare per andare negli Stati Uniti, nello stesso luogo dove si era formato lui stesso, ad apprendere tutti gli aggiornamenti più moderni in chirurgia protesica.

La borsa di Studio per l’Hospital for Special Surgery di New York

L’ispirazione fu tale che l’anno successivo vinsi una borsa di studio per andare negli USA. Un’esperienza coinvolgente da cui tornai pieno di iniziativa e di volontà per imparare ad esercitare al meglio la mia professione. Di fronte alla scelta, dopo la specializzazione, non ebbi dubbio: una posizione era libera con il dottor Andrea Baldini come ortopedico a Firenze e decisi immediatamente di iniziare questa avventura.

I primi anni a Firenze come chirurgo ortopedico

Appena dopo la specializzazione nel Gennaio 2009, mi sono dunque trasferito a Firenze dopo aver ricevuto l’invito ad entrare a fare parte del gruppo di Chirurgia Articolare Ricostruttiva diretto dal dottor Andrea Baldini, Specialista in chirurgia protesica di Anca e Ginocchio. Di fatto io provenivo da una formazione centrata pressoché completamente sulla Chirurgia della Spalla e la mia conoscenza sulle protesi di anca e sulle protesi di ginocchio era veramente limitata alla sola formazione di base conseguita durante la scuola di specializzazione a Milano.

Con il dottor Andrea Baldini la chirurgia protesica era differente

Da subito mi resi conto che la qualità della chirurgia protesica viaggiava a Firenze su un altro pianeta. Il dottor Andrea Baldini, già nel 2009, seguiva le più moderne tecniche chirurgiche di protesi al ginocchio e protesi all’anca.

Una grande attenzione al rispetto dei tessuti, l’uso di impianti protesici di prima qualità e all’avanguardia, una minuziosa tecnica ricostruttiva dell’articolazione. Già allora il paziente era al centro di tutto: in epoca in cui pochi ne parlavano e soprattutto all’estero, tutti i pazienti operati partecipavano ad una lezione preparatoria prima dell’intervento.

Il mio apprendimento come allievo del dottor Andrea Baldini

Con il dottor Andrea Baldini mi è stato possibile continuare la mia crescita come ortopedico a Firenze nella chirurgia protesica maggiore di ginocchio e anca. Al suo fianco ho operato i miei primi casi e ho potuto aiutarlo in migliaia di interventi chirurgici complessi di protesi di ginocchio e protesi di anca.

La progressiva evoluzione della gestione medica del paziente operato

In quegli anni il mio lavoro era dedicato da una parte a prendere in mano la direzione della Chirurgia della Spalla diventando il referente del gruppo in questo ambito, dall’altra nell’apprendere l’arte della chirurgia protesica di anca e ginocchio accanto al dottor Andrea Baldini. L’evoluzione in questo campo, affiancata dalla continua esigenza di migliorare, mi portò a concentrarmi molto sulla cura del paziente a cavallo dell’intervento chirurgico con l’obiettivo di ottimizzarne il recupero e limitarne il trauma legato all’intervento. Tale ricerca comprese il moderno concetto di Fast Track o Rapid Recovery oggi molto attuali, ma allora trascurati da tutti.

La gestione avanzata del paziente: il congresso del dottor Andrea Baldini a Firenze

Tutta la ricerca culminò nel Maggio 2014 a Firenze con un congresso internazionale in cui dare le regole per il Fast Track o recupero rapido dopo chirurgia protesica. I principi moderni di recupero rapido per protesi di anca e protesi di ginocchio finalmente venivano discussi ed affrontati di fronte ad una platea autorevole per la prima volta in Italia.

Il percorso Fast Track del dottor Andrea Baldini Ortopedico presso Villa Ulivella – IFCA di Firenze

Il grande supporto del gruppo GIOMI presso la Clinica di Villa Ulivella IFCA di Firenze ha permesso di adottare una ad una tutte le più moderne metodiche di gestione del paziente operato di protesi. Inoltre ci ha permesso di portare a zero il tasso di trasfusioni, ridurre la degenza (il paziente torna ad essere autonomo nel cammino dopo 2-3 giorni dall’intervento), ridurre il dolore legato all’intervento, iniziare la fisioterapia poche ore dopo l’operazione e minimizzare le complicanze legate allo stare a letto a lungo dopo la chirurgia.

Ad oggi sono oltre 6 anni che attuiamo a Villa Ulivella IFCA di Firenze il protocollo di recupero rapido Fast Track per tutti i pazienti che si operano con noi e i risultati sono evidenti. L’entusiasmo è molto alto dato che riusciamo finalmente a rendere meno invalidante possibile una chirurgia senza dubbio maggiore di Ortopedia.

L’ordine dei medici ha ospitato un mio articolo che riassume tutte le grandi novità che abbiamo introdotto.

Al termine del percorso di formazione con il dottor Andrea Baldini sono diventato, all’interno del gruppo di Villa Ulivella IFCA di Firenze, il responsabile della chirurgia della Spalla e un riferimento per la chirurgia protesica di Anca e di Ginocchio. In questo tipo di chirurgia, dopo oltre 10 anni di attività, seguo tutte le più moderne tecniche di recupero rapido che rientrano nei concetti del Fast track e del Rapid Recovery.

Protesi di ginocchio e protesi di anca: il dottor Lorenzo Castellani parla del Fast track

 

 

Artrosi dell’anca e intervento chirurgico

Sembra strano ma l’artrosi dell’anca colpisce esattamente due attività quotidiane delle persone che ne soffrono: la libertà di raggiungere il piede per lavarsi o vestirsi e l’autonomia nel cammino. Quest’ultima viene persa a causa di un dolore all’inguine che limita molto le distanze che si riescono a percorrere a piedi.

Vediamo in questo articolo:

Quali persone soffrono di artrosi dell’anca

Generalmente si tratta di persone anziane che soffrono di artrosi per il consumo della cartilagine dovuto al passare degli anni. A volte si tratta invece di sportivi che dopo molti anni di attività con piccoli fastidi arrivano precocemente al dolore inguinale (vedi impingement femoro acetabolare). Altre volte sono persone di mezza età che senza motivo arrivano ad avere un dolore acuto all’inguine senza nessuna avvisaglia, all’improvviso: in questi casi la causa potrebbe essere un’osteonecrosi della testa del femore.

In altri casi a soffrire sono le persone a cui è stata diagnosticata una displasia dell’anca in età giovanile oppure che hanno subito interventi chirurgici per fratture.

Cosa significa artrosi dell’anca

Quale che sia la causa, il risultato finale è un consumo e una deformazione della testa femorale. Invece di essere una sfera in una coppa, l’articolazione diventa un giunto grippato, con perdita della sua forma normale e del suo rivestimento. Questa è l’artrosi.

Artrosi dell’anca: sintomi

I sintomi che colpiscono il paziente sono pima di tutto la perdita di elasticità nel movimento specialmente in rotazione. Si tratta di una difficoltà in particolare a raggiungere il piede nei comuni gesti dell’attività quotidiana come mettersi un calzino o raggiungere la punta del piede per tagliarsi le unghie o semplicemente fare fatica ad allacciarsi una scarpa.

Contemporaneamente o poco più tardi compare il dolore inguinale. Talvolta può essere scambiato per un dolore ginecologico o per un dolore da ernia inguinale nell’uomo. Poi diventa un dolore trafittivo più intenso che a volte fa zoppicare ai primi passi dopo essere stati a lungo fermi.

Coxartrosi o Artrosi dell’anca: quali cure

Nell’artrosi dell’anca la possibilità di cure conservative senza intervento chirurgico sono molteplici specialmente nelle fasi precoci di malattia.

Le cure principali consistono nel mantenere con la ginnastica la giusta elasticità del movimento. Conservare il tono muscolare con esercizi a basso impatto quali piscina, bicicletta, pilates, gyrotonic.

Si possono assumere integratori condroprotettori a base di glucosamina e codroitina. Si usano calzature morbide nel cammino.

Si possono eseguire infiltrazioni ecoguidate con acido jaluronico.

Intervento chirurgico: quando eseguire una protesi di anca

Quando il dolore diventa insopportabile e quando non si riesce più con la terapia conservativa a controllarlo, allora si può risolvere il problema dell’artrosi con una protesi totale di anca. Si tratta di un intervento chirugico con il quale si sostituisce l’articolazione malata con una protesi.

Protesi di anca: materiali

Molti pazienti mi chiedono come sono fatte le protesi di anca. Si tratta di materiali integranti come il titanio. Sono metalli porosi che favoriscono la crescita dell’osso al loro interno. Le due componenti principali sono una coppa e uno stelo. Tra di loro ci sono materiali molto duri e lisci che, nella maggior parte dei casi, sono una plastica dura (polietilene) e la ceramica.

Quali sono i rischi di una protesi di anca

Il rischio più temuto di fronte a qualsiasi operazione di protesi ortopedica è l’infezione. Sulla pelle noi ospitiamo dei batteri che con l’intervento possono entrare nel nostro organismo causando un’infezione periprotesica. Purtroppo se un batterio entra a contatto con il metallo crea una protezione detta glicocalice che rende inutili tutte le terapie antibiotiche e rende necessario un intervento per rimuovere la protesi.

Un secondo rischio è quello della lussazione della protesi. Si tratta infatti di una protesi che ha una forma di una sfera in una coppa. Come tale in caso di movimenti estremi può fuoriuscire dalla sua sede. Il rispetto di norme corrette antilussazione possono scongiurare questo rischio.

Quali sono i vantaggi di una protesi di anca

La protesi libera l’articolazione incarcerata dall’artrosi rendendola nuovamente mobile. Il movimento inoltre avviene mediante una superficie nuova, liscia e priva di recettori del dolore.

Quando operarsi di una protesi di anca

Quando dolore e limitazioni funzionali rendono difficile la vita quotidiana, la radiografia conferma un completo consumo dell’articolazione e le terapie conservative e infiltrative hanno dato un esito negativo, allora una protesi può risolvere il problema dell’artrosi dell’anca.

 

La spalla congelata o capsulite adesiva: come risolverla

La spalla congelata è una patologia che determina la perdita del normale movimento della spalla bloccandola come se si congelasse. Il termine è anglosassone ed è la traduzione di “frozen shoulder”.
In Europa è più comune parlare di capsulite adesiva perché è stata così descritta dai francesi che vogliono ben evidenziare la vera sede del problema: la capsula articolare.

Vediamo di analizzare questa comune problematica della spalla.

Cosa significa spalla congelata o capsulite adesiva

La spalla congelata o capsulite adesiva della spalla è una infiammazione dell’involucro dell’articolazione della spalla detto capsula.
Questa infiammazione acuta causa un dolore molto intenso che poi si trasforma in un ispessimento della membrana che invece di rimanere sottile ed elastica diventa spessa e dura. Come conseguenza diretta il movimento si blocca. Dopo una prima fase di dolore acuto si passa ad una fase in cui la perdita di movimento diventa prevalente mentre il dolore si attenua.

Spalla congelata: cause

Perché viene la spalla congelata? A questa domanda non esiste una risposta. Spesso si parla di spalla congelata o capsulite adesiva idiopatica, ovvero una patologia non dovuta a cause note. Sono state cercate tante motivazioni senza trovare una netta associazione ma solo fattori predisponenti che possono essere: un trauma, un fattore ormonale legato alla tiroide, un legame con il diabete, una situazione psicologicamente difficile o stressante. Di fatto in poco tempo si passa da una spalla normale ad una spalla iper-dolorosa e rigida.

Come alleviare il dolore

Il dolore nella spalla congelata è veramente intenso e poco propenso a ridursi con le comuni terapie antalgiche. Il consiglio è quello di rivolgersi al medico per avere un buon supporto antinfiammatorio con protezione dello stomaco. Nei casi più intensi una terapia cortisonica può essere di aiuto. Come rimedi naturali spesso il caldo sulla parte posteriore della spalla dà un grande beneficio perché una parte importante del dolore è correlata alle contratture muscolari.

Spalla congelata come dormire

Un altro consiglio può essere quello di non dormire completamente sdraiati, ma usare dei cuscini per assumere una postura semiseduta. Alla peggio si può dormire in poltrona perché la posizione seduta attenua generalmente il dolore. Vale comunque la regola che qualsiasi posizione in cui si sta meglio può essere tenuta senza pericoli.

Curare la spalla congelata

L’approccio alla capsulite adesiva della spalla prevede che più figure si alternino nella sua cura. Il medico sia esso fisiatra o ortopedico ha un ruolo fondamentale: escludere con la visita ed esami strumentali che la rigidità e il dolore siano dovuti ad una causa meccanica importante.

Una volta confermata la diagnosi il medico ha inizialmente un ruolo nel controllo farmacologico del dolore sia sistemico sia locale mediante infiltrazioni ecoguidate della spalla.

Capsulite adesiva: fisioterapia

La vera terapia la fa il fisioterapista dato che nel 90% dei casi con manipolazioni ed esercizi il quadro di rigidità può essere risolto con successo. La fisioterapia nella spalla congelata vera sarà però lunga e questo non deve frustrare il paziente. Si tratta in buone mani di un percorso fisioterapico di almeno 6 mesi.

Capsulite adesiva: intervento

In alcuni casi la fisioterapia può non essere sufficiente. Se dopo mesi di terapia manipolativa non si raggiunge un risultato sperato, è possibile ricorrere alla chirurgia. Si tratta di un intervento chirurgico in artroscopia (con le telecamere) che consiste nel rompere la capsula articolare per liberare la spalla. Si parla di artrolisi artroscopica a 360°. Questa liberazione ottiene un recupero del movimento passivo di circa il 90%.

Tale recupero ottenuto in sala operatoria deve poi essere mantenuto e completato con la fisioterapia perché non si formino nuove aderenze post chirurgiche nel post-operatorio.

Come sbloccare la spalla congelata: manipolazioni in anestesia

Un altro metodo per sbloccare la spalla congelata che non risponde alla fisioterapia consiste nelle mobilizzazioni in anestesia. Si tratta di un ortopedico o un fisioterapista che sotto anestesia forzano la spalla a muoversi su tutti i piani per ottenere la rottura della capsula articolare che causa il problema.

E’ un metodo che sconsiglio fortemente ai miei pazienti e spiego le motivazioni. Il motivo principale consiste nella casualità in cui chi manipola induce rotture di tessuti molli all’interno della spalla. Mi spiego meglio: spingendo la spalla per liberarla non si può essere certi che la capsula articolare si rompa per prima. Potrebbe per esempio cedere uno o più tendini della cuffia dei rotatori invece della capsula. Dal momento che è necessaria una anestesia, di gran lunga preferisco andare a tagliare io la capsula articolare in artroscopia piuttosto che lasciare al caso la sua rottura nelle mani di un manipolatore.

Inoltre nelle manipolazioni esistono complicanze legate alla possibilità specialmente in soggetti osteoporotici di avere fratture ossee durante la mobilizzazione. Tale evenienza si abbassa molto se le mani di chi mobilizza il paziente sono esperte, ma non può essere esclusa a priori. Come evidenziato da una recente metanalisi sulle mobilizzazioni in anestesia, purtroppo l’evenienza delle complicanze è largamente sottovalutata nella letteratura scientifica dato che nessuno studio è mai stato condotto per evidenziare in particolar modo le complicanze legate alle lesioni iatrogene della cuffia dei rotatori.

Conclusioni sulla sindrome della spalla congelata

In  conclusione la spalla congelata o capsulite adesiva è una patologia non pericolosa ma molto invalidante che si risolve nella stragrande maggioranza dei casi con un approccio multidisciplinare tra medico e fisioterapista. Solo occasionalmente servono procedure più invasive come l’artroscopia per risolverla.

Se soffrite di questo problema la terapia sarà lunga oltre 6 mesi ma di sicuro successo. Un approccio integrato sarà utile per fornire un supporto specialmente nella fase del dolore acuto.

 

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