Riprendere a camminare dopo una protesi all’anca

Quando ci si prepara per un intervento di protesi di anca molte sono le domande che il paziente si pone. Una tra tutte è la più comune: quando potrò riprendere a camminare dopo l’intervento? Il cammino è ciò che ci rende liberi e indipendenti, è una delle motivazioni fondamentali all’intervento per chi decide di operarsi. Ebbene la risposta è semplice: in un centro fast track il paziente che si opera di protesi all’anca non smette mai di camminare. Vediamo perché.

riprendere camminare dopo protesi anca

Riprendere a camminare dopo protesi anca: la pre-abilitazione

Uno degli aspetti fondamentali di chi soffre di un’artrosi all’anca è non lasciare che la malattia possa ridurre drasticamente la funzione articolare. Sembra un controsenso, ma il paziente è il primo artefice nell’ostacolare le conseguenze della malattia artrosica. Chi sa di soffrire di artrosi deve cominciare precocemente la sua battaglia contro la rigidità. L’artrosi infatti, a causa dell’infiammazione e della formazione di osteofiti, tende a ridurre giorno per giorno l’elasticità del movimento.

Allungare i tessuti con lo stretching e rinforzare la muscolatura

I tessuti però possono essere allungati con lo stretching. Con la stessa motivazione di un atleta il paziente può continuare a mantenere l’elasticità dei tessuti con esercizi di allungamento in palestra o a casa. Se il movimento è preservato, la ripresa delle attività e il ritorno al cammino saranno molto facilitate. La serie di esercizi per mantenere l’elasticità si affiancano agli esercizi per la forza. Sulla forza bisogna essere più attenti, perché gli esercizi di rinforzo possono infiammare l’articolazione rendendo vano lo sforzo. Generalmente gli esercizi in acqua, il nuoto e la bicicletta sono le attività ideali per rinforzare i muscoli e tornare a camminare dopo una protesi con maggiore facilità. Non dimentichiamoci poi degli altri muscoli. Quanto spesso trascuriamo il rinforzo dei muscoli addominali e dei muscoli posturali. Un core forte è la base per costruire il resto del movimento. Alzarsi dal letto e riprendere a camminare bene dopo una protesi all’anca sarà molto più facile se la parte centrale del corpo è tonica.

Riprendere a camminare dopo protesi anca: le tecniche chirurgiche

Non è il paziente da solo che è responsabile della ripresa del cammino dopo una protesi di anca. Anche le tecniche chirurgiche sono fondamentali. Da molti anni abbiamo applicato nel nostro reparto i principi del Fast Track, che prevedono di non fermare mai il cammino del paziente. Si tratta di mettere in piedi e far riprendere a camminare il paziente dopo una protesi di anca il giorno stesso dell’intervento. In realtà questo obiettivo fondamentale nel recupero del paziente è solo la conseguenza di una serie innumerevole di cambiamenti che abbiamo apportato alle tecniche chirurgiche. Mini invasività, ridotte perdite di sangue, interventi brevi – questi sono i cardini del recupero rapido e del cammino immediato per il paziente.

Riprendere a camminare dopo protesi anca: le attenzioni mediche

Non solo la chirurgia influenza il risultato. Anche la gestione medica è fondamentale. Per riprendere a camminare bisogna avere un ottimo compenso della funzione generale. Con l’attenzione alla preparazione medica del paziente si può:

  • controllare l’anemia pre-operatoria;
  • evitare le flebo e i cateteri, che sono di impaccio alla ripresa del cammino;
  • evitare le ipotensioni nell’alzarsi in piedi, che possono causare giramenti di testa e cadute al paziente.

Riprendere a camminare bene dopo protesi di anca: i materiali protesici

Anche la qualità della protesi impiantata è fondamentale nella ripresa del paziente. Le protesi moderne infatti hanno una stabilità primaria incredibile fin dal primo momento. Le stampe tridimensionali dell’impianto consentono di ottenere delle protesi che si imparentano da subito con l’osso e sono talmente stabili da consentire un carico completo di tutto il peso corporeo senza rischi. Anche in una categoria di persone come i pazienti con grave osteoporosi, le moderne tecniche di cementazione consentono di raggiungere una enorme stabilità dell’impianto. Tradotto in pratica la protesi moderna consente di essere caricata con il 100% del peso corporeo da subito, permettendo di riprendere a camminare dopo l’intervento di protesi d’anca senza dover aspettare.

Riprendere a camminare dopo protesi di anca: il ruolo chiave del cammino nella riabilitazione

Il cammino dopo una protesi d’anca è terapeutico. Il più delle volte l’unica riabilitazione che chiediamo al paziente è camminare. Nel cammino il paziente esercita i muscoli e ritorna prima a stare bene. Il consiglio iniziale è questo: poco tempo in piedi più volte al giorno è la chiave del successo. Tanto più ci si sente in forza, tanto più si aumenta il numero delle volte che si cammina. Il consigli è quello di fare inizialmente 10-15 minuti di cammino 4-5 volte al giorno, intervallando l’esercizio con il riposo magari mantenendo la gamba elevata. Questa è la migliore terapia per riprendere a camminare dopo protesi d’anca.

In conclusione

Riprendere a camminare dopo una protesi d’anca significa non smettere mai di farlo, aiutati dalla tecnica chirurgica, dalla terapia medica e dalla qualità della protesi impiantata. Un percorso possibile per tutti se si parte con il piede giusto.

La protesi d’anca mini invasiva a Firenze

Il mondo cambia, le tecniche si evolvono anche la terminologia cambia. Il concetto di protesi d’anca mini invasiva viene superato dalla logica più ampia del fast track, ma ancora oggi nel comune sentito la mini invasività fa da padrona.
Vediamo allora di capire il significato di tale procedura.

La protesi di anca mini invasiva: la storia

L’attenzione verso la minore invasività dell’intervento chirurgico nasce negli anni ’90, quando lo sviluppo delle tecniche e degli strumentari si rivolge in modo preponderante alla diminuzione dell’impatto della chirurgia sui tessuti. Si pensava infatti che la sola riduzione della dimensione della ferita fosse la chiave per riuscire ad accorciare il tempo di recupero dei nostri pazienti.

Considerato che gli anni ’80 erano stati all’insegna del “grande taglio, grande chirurgo”, sicuramente la nuova tendenza alla minore invasività dell’intervento è stata molto positiva, sia per il minor impatto sul paziente, sia per una maggiore attenzione alla modifica degli strumentari per l’esecuzione dell’intervento.
Ricordo benissimo che, nel 2004, all’inizio della mia scuola di specializzazione in Ortopedia, i chirurghi si misuravano tra loro con i centimetri dell’incisione chirurgica eseguita: eri tanto più bravo quanto più piccolo era il taglio eseguito.

I problemi della tecnica mini invasiva nella protesi di anca

Se da un lato era certamente encomiabile il tentativo di ridurre l’invasività delle vie di accesso chirurgiche, dall’altro si verificavano dei paradossi. La riduzione esasperata della via d’accesso portò a molti casi di mal posizionamento dell’impianto legato alla bassa visibilità dovuta alla piccola incisione.

Il secondo paradosso era legato al fatto che, per riuscire a lavorare attraverso un’incisione piccolissima, negli strati più profondi dell’articolazione era necessario rilasciare muscoli e tendini in maniera molto più estesa per ottenere una visualizzazione sufficiente. Ai congressi dunque si cominciavano a vedere i danni degli eccessi di mini invasività.

I vantaggi della tecnica mini invasiva nella protesi d’anca

Il vantaggio più grosso della ricerca mini invasiva nella protesi d’anca è stato che negli anni si è capito cosa conveniva risparmiare e cosa non era utile risparmiare. Senza l’esasperazione degli anni ’90-2000 sarebbe stato impossibile arrivare al concetto moderno di mini invasività.
Nell’anca, per esempio, si è capito che era inutile ridurre eccessivamente l’ incisione cutanea, mentre, negli strati profondi, il rispetto dei muscoli e dei tendini era molto più importante.
Nell’approccio chirurgico, inoltre, mantenere il più possibile integra la capsula e i legamenti consentiva una migliore stabilità dell’impianto.

Lo stato dell’arte: dalla protesi d’anca mini invasiva al protocollo di recupero rapido “fast track” o “rapid recovery”

Fatto tesoro degli errori del passato e capiti i vantaggi della mini invasività profonda sui tessuti, un altro grande passo avanti è stato fatto dal 2007 in avanti adottando nella chirurgia i principi del recupero rapido.

Di fatto, siamo stati pionieri in Italia di questi concetti per opera del dottor Andrea Baldini che ha importato le tecniche nord europee e americane nel nostro paese, a Firenze, nella casa di cura IFCA di Villa Ulivella. Sono orgoglioso di aver fatto parte fin dall’inizio di tutto questo percorso che ci ha portato grandi risultati.

Il principio alla base è: oltre alla tecnica mini invasiva della protesi d’anca è fondamentale prendersi cura della persona a 360° dal punto di vista medico. Bisogna preparare i pazienti alla chirurgia dal punto di vista medico, dal punto di vista dell’informazione medica, dal punto di vista della riabilitazione.

La vera protesi d’anca mini invasiva moderna in 4 concetti chiave

Vorrei riassumere in un paragrafo la nostra ricetta di mini invasività nel 2021. Per farlo userei quattro concetti chiave:

  1. la tecnica chirurgica a impatto minimo,
  2. la riduzione delle perdite di sangue,
  3. la possibilità di rimettersi subito in piedi per camminare,
  4. il ruolo attivo del paziente informato nel recupero.

Tecnica chirurgica a impatto minimo: la vera protesi d’anca mini invasiva

Impatto minimo significa: incisione lunga quanto basta. Ogni paziente ha la sua dimensione. La signora Anna di 56 kg da sempre magra e non molto alta di sicuro non necessita di più di 6-7 cm di incisione, mentre Mario di 98kg alto 1 metro e 90 con grandi muscoli e con un po’ di peso acquisito negli ultimi anni può avere la necessità anche di 12-14 cm per consentire al chirurgo di lavorare con sicurezza. L’importante, sia nel caso di Anna che di Mario, sarà che il chirurgo non danneggi il muscolo quadrato, ricostruisca perfettamente la capsula e i rotatori, e non violi la capsula anteriore. In entrambi i casi, sia nei 6 cm di incisione sia nei 14 cm, si sarà trattato di una protesi d’anca mini invasiva o, come ci piace chiamarlo, di un intervento chirurgico a impatto minimo.

Riduzione delle perdite di sangue durante e dopo l’intervento

Il principale fattore di rallentamento nel recupero della protesi di anca è costituito dagli ematomi. Ridurre gli ematomi post chirurgici significa rendere rapido il recupero post operatorio.

Nell’anca non è sempre facile, ma si possono cambiare almeno 5 gesti nella gestione dell’intervento per minimizzare il rischio:

  1. fare emostasi accurata
  2. usare l’acido tranexamico
  3. mantenere un buon controllo pressorio durante e dopo l’intervento
  4. minimizzare il dolore (il dolore fa sanguinare di più il paziente)
  5. usare la crioterapia avanzata.

A Villa Ulivella IFCA di Firenze abbiamo realizzato un protocollo che permette di raggiungere tutto questo e da anni il nostro tasso di trasfusione negli interventi di protesi d’anca è lo 0%.

Subito in piedi per camminare: la vera protesi d’anca mini invasiva

reparto protesi anca mini invasiva

Il paziente allettato, specialmente se anziano, perde velocemente massa muscolare. Mettere a letto per giorni il paziente come si è fatto e si fa tuttora in molti ospedali nel mondo è la prima causa di malattia dopo l’intervento di protesi d’anca. Non soltanto perché si aumenta il rischio di pericolose trombosi (oggi con l’eparina il rischio è quasi scongiurato), ma soprattutto perché perdiamo massa muscolare fondamentale per rendere da subito autonomi i nostri pazienti nel vestirsi, lavarsi, camminare.

Con la moderna mini invasività, il giorno stesso dell’intervento il paziente potrà rendersi conto di aver finalmente abbandonato il dolore che lo affliggeva nel passato e di poter fare da subito affidamento sulla sua nuova protesi.

Il ruolo attivo del paziente informato

Ultimo punto, ma non meno importante: l’informazione al paziente.

Abbiamo creato un’applicazione per poter spiegare tutto quello che avverrà al paziente. Passo per passo il paziente stesso sarà parte attiva del suo recupero. Meglio ancora se affiancato da un familiare che avrà il ruolo di “coach” nel percorso post operatorio.

Il sito internet ancora diventa un deposito fondamentale di informazioni per il paziente. Le lezioni collettive sono state un momento importante e torneranno ad esserlo in futuro.

Conclusioni: la protesi d’anca mini invasiva diventa “fast track”

In conclusione, la mini invasività dell’intervento in chiave moderna diventa un concetto molto più allargato, che prevede certamente un lavoro nella chirurgia eseguito rispettando i tessuti, ma acquista davvero un senso se affiancato ad un corollario ben strutturato di gestione medica. L’obiettivo di quest’ultima sarà ridurre l’impatto per il paziente in modo da consentire un rapido ritorno alla normalità dopo l’intervento.

Sono a disposizione e felice di affrontare questo argomento con tutti i miei pazienti durante la visita medica e con chiunque voglia approfondire questi aspetti.

 

I miei maestri: Andrea Baldini Ortopedico a Firenze

Nel mio percorso di crescita come chirurgo ortopedico sono arrivato a Firenze nel 2009. La spinta per me fu quella di aprire i miei orizzonti verso la chirurgia protesica delle grandi articolazioni dopo la mia bellissima esperienza di New York. In quel luogo, culla della chirurgia protesica moderna, il dottor Andrea Baldini aveva avuto il cuore della sua formazione chirurgica. Ma vediamo nel dettaglio il percorso che mi ha reso l’ortopedico che sono ora.

Il primo incontro con il dottor Andrea Baldini ortopedico a Firenze

Il primo incontro con il dottor Andrea Baldini in Toscana avvenne perché da ortopedico alle prime armi per riuscire a operare i miei primi pazienti mi spostavo ovunque ne trovassi la possibilità. Quel giorno ebbi modo di discutere con lui, che lavorava nella sala di fianco alla mia, di un caso che avrei operato dopo pochi minuti.

Il suo aiuto fu illuminante, tanto che gli chiesi come fare per andare negli Stati Uniti, nello stesso luogo dove si era formato lui stesso, ad apprendere tutti gli aggiornamenti più moderni in chirurgia protesica.

La borsa di Studio per l’Hospital for Special Surgery di New York

L’ispirazione fu tale che l’anno successivo vinsi una borsa di studio per andare negli USA. Un’esperienza coinvolgente da cui tornai pieno di iniziativa e di volontà per imparare ad esercitare al meglio la mia professione. Di fronte alla scelta, dopo la specializzazione, non ebbi dubbio: una posizione era libera con il dottor Andrea Baldini come ortopedico a Firenze e decisi immediatamente di iniziare questa avventura.

I primi anni a Firenze come chirurgo ortopedico

Appena dopo la specializzazione nel Gennaio 2009, mi sono dunque trasferito a Firenze dopo aver ricevuto l’invito ad entrare a fare parte del gruppo di Chirurgia Articolare Ricostruttiva diretto dal dottor Andrea Baldini, Specialista in chirurgia protesica di Anca e Ginocchio. Di fatto io provenivo da una formazione centrata pressoché completamente sulla Chirurgia della Spalla e la mia conoscenza sulle protesi di anca e sulle protesi di ginocchio era veramente limitata alla sola formazione di base conseguita durante la scuola di specializzazione a Milano.

Con il dottor Andrea Baldini la chirurgia protesica era differente

Da subito mi resi conto che la qualità della chirurgia protesica viaggiava a Firenze su un altro pianeta. Il dottor Andrea Baldini, già nel 2009, seguiva le più moderne tecniche chirurgiche di protesi al ginocchio e protesi all’anca.

Una grande attenzione al rispetto dei tessuti, l’uso di impianti protesici di prima qualità e all’avanguardia, una minuziosa tecnica ricostruttiva dell’articolazione. Già allora il paziente era al centro di tutto: in epoca in cui pochi ne parlavano e soprattutto all’estero, tutti i pazienti operati partecipavano ad una lezione preparatoria prima dell’intervento.

Il mio apprendimento come allievo del dottor Andrea Baldini

Con il dottor Andrea Baldini mi è stato possibile continuare la mia crescita come ortopedico a Firenze nella chirurgia protesica maggiore di ginocchio e anca. Al suo fianco ho operato i miei primi casi e ho potuto aiutarlo in migliaia di interventi chirurgici complessi di protesi di ginocchio e protesi di anca.

La progressiva evoluzione della gestione medica del paziente operato

In quegli anni il mio lavoro era dedicato da una parte a prendere in mano la direzione della Chirurgia della Spalla diventando il referente del gruppo in questo ambito, dall’altra nell’apprendere l’arte della chirurgia protesica di anca e ginocchio accanto al dottor Andrea Baldini. L’evoluzione in questo campo, affiancata dalla continua esigenza di migliorare, mi portò a concentrarmi molto sulla cura del paziente a cavallo dell’intervento chirurgico con l’obiettivo di ottimizzarne il recupero e limitarne il trauma legato all’intervento. Tale ricerca comprese il moderno concetto di Fast Track o Rapid Recovery oggi molto attuali, ma allora trascurati da tutti.

La gestione avanzata del paziente: il congresso del dottor Andrea Baldini a Firenze

Tutta la ricerca culminò nel Maggio 2014 a Firenze con un congresso internazionale in cui dare le regole per il Fast Track o recupero rapido dopo chirurgia protesica. I principi moderni di recupero rapido per protesi di anca e protesi di ginocchio finalmente venivano discussi ed affrontati di fronte ad una platea autorevole per la prima volta in Italia.

Il percorso Fast Track del dottor Andrea Baldini Ortopedico presso Villa Ulivella – IFCA di Firenze

Il grande supporto del gruppo GIOMI presso la Clinica di Villa Ulivella IFCA di Firenze ha permesso di adottare una ad una tutte le più moderne metodiche di gestione del paziente operato di protesi. Inoltre ci ha permesso di portare a zero il tasso di trasfusioni, ridurre la degenza (il paziente torna ad essere autonomo nel cammino dopo 2-3 giorni dall’intervento), ridurre il dolore legato all’intervento, iniziare la fisioterapia poche ore dopo l’operazione e minimizzare le complicanze legate allo stare a letto a lungo dopo la chirurgia.

Ad oggi sono oltre 6 anni che attuiamo a Villa Ulivella IFCA di Firenze il protocollo di recupero rapido Fast Track per tutti i pazienti che si operano con noi e i risultati sono evidenti. L’entusiasmo è molto alto dato che riusciamo finalmente a rendere meno invalidante possibile una chirurgia senza dubbio maggiore di Ortopedia.

L’ordine dei medici ha ospitato un mio articolo che riassume tutte le grandi novità che abbiamo introdotto.

Al termine del percorso di formazione con il dottor Andrea Baldini sono diventato, all’interno del gruppo di Villa Ulivella IFCA di Firenze, il responsabile della chirurgia della Spalla e un riferimento per la chirurgia protesica di Anca e di Ginocchio. In questo tipo di chirurgia, dopo oltre 10 anni di attività, seguo tutte le più moderne tecniche di recupero rapido che rientrano nei concetti del Fast track e del Rapid Recovery.

Protesi di ginocchio e protesi di anca: il dottor Lorenzo Castellani parla del Fast track

 

 

Artrosi dell’anca e intervento chirurgico

Sembra strano ma l’artrosi dell’anca colpisce esattamente due attività quotidiane delle persone che ne soffrono: la libertà di raggiungere il piede per lavarsi o vestirsi e l’autonomia nel cammino. Quest’ultima viene persa a causa di un dolore all’inguine che limita molto le distanze che si riescono a percorrere a piedi.

Vediamo in questo articolo:

Quali persone soffrono di artrosi dell’anca

Generalmente si tratta di persone anziane che soffrono di artrosi per il consumo della cartilagine dovuto al passare degli anni. A volte si tratta invece di sportivi che dopo molti anni di attività con piccoli fastidi arrivano precocemente al dolore inguinale (vedi impingement femoro acetabolare). Altre volte sono persone di mezza età che senza motivo arrivano ad avere un dolore acuto all’inguine senza nessuna avvisaglia, all’improvviso: in questi casi la causa potrebbe essere un’osteonecrosi della testa del femore.

In altri casi a soffrire sono le persone a cui è stata diagnosticata una displasia dell’anca in età giovanile oppure che hanno subito interventi chirurgici per fratture.

Cosa significa artrosi dell’anca

Quale che sia la causa, il risultato finale è un consumo e una deformazione della testa femorale. Invece di essere una sfera in una coppa, l’articolazione diventa un giunto grippato, con perdita della sua forma normale e del suo rivestimento. Questa è l’artrosi.

Artrosi dell’anca: sintomi

I sintomi che colpiscono il paziente sono pima di tutto la perdita di elasticità nel movimento specialmente in rotazione. Si tratta di una difficoltà in particolare a raggiungere il piede nei comuni gesti dell’attività quotidiana come mettersi un calzino o raggiungere la punta del piede per tagliarsi le unghie o semplicemente fare fatica ad allacciarsi una scarpa.

Contemporaneamente o poco più tardi compare il dolore inguinale. Talvolta può essere scambiato per un dolore ginecologico o per un dolore da ernia inguinale nell’uomo. Poi diventa un dolore trafittivo più intenso che a volte fa zoppicare ai primi passi dopo essere stati a lungo fermi.

Coxartrosi o Artrosi dell’anca: quali cure

Nell’artrosi dell’anca la possibilità di cure conservative senza intervento chirurgico sono molteplici specialmente nelle fasi precoci di malattia.

Le cure principali consistono nel mantenere con la ginnastica la giusta elasticità del movimento. Conservare il tono muscolare con esercizi a basso impatto quali piscina, bicicletta, pilates, gyrotonic.

Si possono assumere integratori condroprotettori a base di glucosamina e codroitina. Si usano calzature morbide nel cammino.

Si possono eseguire infiltrazioni ecoguidate con acido jaluronico.

Intervento chirurgico: quando eseguire una protesi di anca

Quando il dolore diventa insopportabile e quando non si riesce più con la terapia conservativa a controllarlo, allora si può risolvere il problema dell’artrosi con una protesi totale di anca. Si tratta di un intervento chirugico con il quale si sostituisce l’articolazione malata con una protesi.

Protesi di anca: materiali

Molti pazienti mi chiedono come sono fatte le protesi di anca. Si tratta di materiali integranti come il titanio. Sono metalli porosi che favoriscono la crescita dell’osso al loro interno. Le due componenti principali sono una coppa e uno stelo. Tra di loro ci sono materiali molto duri e lisci che, nella maggior parte dei casi, sono una plastica dura (polietilene) e la ceramica.

Quali sono i rischi di una protesi di anca

Il rischio più temuto di fronte a qualsiasi operazione di protesi ortopedica è l’infezione. Sulla pelle noi ospitiamo dei batteri che con l’intervento possono entrare nel nostro organismo causando un’infezione periprotesica. Purtroppo se un batterio entra a contatto con il metallo crea una protezione detta glicocalice che rende inutili tutte le terapie antibiotiche e rende necessario un intervento per rimuovere la protesi.

Un secondo rischio è quello della lussazione della protesi. Si tratta infatti di una protesi che ha una forma di una sfera in una coppa. Come tale in caso di movimenti estremi può fuoriuscire dalla sua sede. Il rispetto di norme corrette antilussazione possono scongiurare questo rischio.

Quali sono i vantaggi di una protesi di anca

La protesi libera l’articolazione incarcerata dall’artrosi rendendola nuovamente mobile. Il movimento inoltre avviene mediante una superficie nuova, liscia e priva di recettori del dolore.

Quando operarsi di una protesi di anca

Quando dolore e limitazioni funzionali rendono difficile la vita quotidiana, la radiografia conferma un completo consumo dell’articolazione e le terapie conservative e infiltrative hanno dato un esito negativo, allora una protesi può risolvere il problema dell’artrosi dell’anca.

 

Mobilizzazione precoce: il segreto per recuperare velocemente dopo l’intervento di protesi

Per anni ci siamo interrogati su come fare ad ottenere un recupero più possibile rapido dopo un intervento chirurgico come la protesi di spalla, la protesi di anca o la protesi di ginocchio. Semplice: non bisogna fermarsi mai. Se non perdiamo la funzione, non dobbiamo poi preoccuparci di recuperarla. Vediamo come è possibile riuscirci con la mobilizzazione precoce.

Dopo un intervento di protesi bisogna stare a letto

Questa tradizione è tramandata da anni di ortopedico in ortopedico. Ma è vero che immobilizzarsi a letto aiuta a guarire più in fretta e meglio. La risposta è no. Questo è uno dei più grandi falsi miti esistenti in chirurgia ortopedica. Tutt’altro: tanto più ci blocchiamo, tanto più difficile sarà il recupero dopo l’intervento.

Il principio del mantenimento della funzione

Se rimaniamo funzionali dal giorno stesso dell’intervento non dovremo mai faticare per recuperare la funzione, dato che non l’abbiamo persa. Sembra banale, ma fare capire questo richiede una rivoluzione culturale. In sala operatoria noi testiamo il movimento al termine della chirurgia: la protesi di spalla di anca o di ginocchio funziona da subito per garantire il massimo della funzione. Allora perchè perdere quanto è già immediatamente acquisito in sala operatoria?

Il movimento riduce il rischio di trombosi venosa

Gli interventi maggiori di ortopedia come le protesi, hanno un rischio associato di sviluppare una patologia pericolosa detta trombosi. Si tratta della formazione di coaguli di sangue nelle vene. Una delle strategie più efficaci per riuscire a controllare questo rischio è la mobilizzazione precoce. Muovere le articolazioni significa fare circolare il sangue. Il sangue che circola non coagula nei vasi, quindi le trombosi non avvengono. Per questo nella nostra strategia preventiva le nostre protesi camminano poche ore dopo l’intervento, le protesi di spalla da subito rimuovono il tutore 3 volte al giorno per fare esercizi di mobilizzazione.

Il controllo del dolore è un fattore essenziale per la mobilizzazione precoce

Un requisito fondamentale per mobilizzare presto i pazienti consiste proprio nel non fare sentire il dolore dopo l’intervento. Nella nostra struttura seguiamo un protocollo Fast Track che ha come obiettivo il completo controllo del dolore con tecniche pre-operatorie, intra-operatorie e post operatorie. Tutto questo con un solo obiettivo: muovere subito per non perdere la funzione e per prevenire le complicanze in particolare la trombosi.

La mobilizzazione precoce ha solo vantaggi

Nonostante ci sia l’abitudine a mantenere fermi i pazienti dopo un intervento di protesi di ginocchio o una protesi di anca o una protesi di spalla, la letteratura moderna indica che in ogni caso esaminato la mobilizzazione precoce ha prodotto meno rischi per il paziente, un recupero rapido della funzione, un ridotto tasso di trombosi. In ognuno dei nostri interventi l’obiettivo resta sempre e comunque una mobilizzazione precoce per raggiungere prima il risultato.

Un protocollo multimodale per raggiungere l’obiettivo in sicurezza

Il risultato di una mobilizzazione precoce del paziente operato si ottiene solo se la preparazione del paziente è completa. La preparazione passa per tanti diversi fattori: la lezione pre-operatoria, il controllo del dolore, il controllo del sanguinamento e la presenza di stimoli efficaci per il paziente. Con tutto questo insieme l’obiettivo risulta facilmente raggiungibile a tutto vantaggio del recupero rapido secondo le tecniche di fast track che da tempo pratichiamo nella nostra struttura.

 

Bibliografia

Protesi senza dolore: si comincia prima dell’intervento

Quanto il dolore può influenzare i risultati dei nostri interventi? Davvero è solo la perfetta esecuzione dell’intervento a condizionare il risultato a distanza? Siamo certi che il progresso passi solo attraverso le nostre mani di chirurgo? Una protesi senza dolore è sicuramente il primo migliore passo per un recupero rapido dopo l’intervento.

Queste sono le tante domande che ci facciamo ogni giorno nel nostro modo di afforntare gli interventi chirurgici che eseguiamo sui nostri pazienti. In particolar modo gli interventi di protesi hanno bisogno di un controllo del dolore molto accurato per dare il risultato sperato.

Protesi senza dolore: quali sono i meccanismi in gioco

Il dolore innesca i suoi meccanismi nel momento stesso in cui l’intervento comincia. Il solo taglio dell’intervento provoca una reazione a catena di sostanze infiammatorie che trasmettono uno stimolo negativo al nostro cervello. Questo messaggio non viene ostacolato dalla semplice anestesia che ovviamente viene eseguita. Localmente i mediatori sono in grado di dare uno stimolo negativo anche se questo non arriva al cervello. Per questo si sono sviluppate strategie di blocco preventivo del dolore mediante una analgesia preventiva, detta “pre-emptive analgesia”.

Pre-emptive analgesia per il fast track dopo interventi di protesi

L’analgesia pre-operatoria per migliorare il recupero dopo interventi di protesi si basa su tre principali pilastri che bloccano il dolore ancora prima che l’insulto dell’intervento avvenga. Lo fanno su tre livelli diversi: sui recettori nervosi periferici, sul cervello, sulla liberazione locale di sostanze infiammatorie.

Analgesia preventiva negli interventi di protesi: il blocco dei nervi periferici

Esistono farmaci che sono nati per curare l’epilessia, ma che nella pratica clinica a dosaggio molto basso hanno mostrato di modulare l’attività nervosa periferica. Queste sostanze possono essere assunte preventivamente per “saldare i nervi” in modo che siano meno sensibili alla trasmissione del dolore.

Protesi che non causa dolore: uso di farmaci antidolorifici centrali

Il secondo livello di intervento è possibile proprio a livello del cervello per inibire all’origine la sensazione del dolore. Si usa un farmaco a basso effetto collaterale, noto come antipiretico a base di paracetamolo, per inibire in alto la sensazione di dolore.

Blocco dei fattori infiammatori a livello della ferita: pre-emptive analgesia antinfiammatoria

Ultimo livello di intervento è quello locale sui fattori infiammatori. Mentre nel passato non era possibile agire a questo livello in quanto si sarebbero alterati i fattori della coagulazione rendendo più facile il sanguinamento, la ricerca ci è venuta incontro. Attualmente esistono gli inibitori selettivi della COX 2 che bloccano l’infiammazione senza alterare la coagulazione.

Pre-empitve analgesia e fast track in chirurigia protesica: un elmo preventivo nei confronti del dolore

In conclusione il paziente ben preparato all’intervento di protesi parte con un netto vantaggio rispetto al paziente non preparato. Ha già un paracadute che lo protegge dal dolore. A tutto vantaggio non solo del fatto di avere un percorso meno problematico inizialmente, ma anche sicuramente un recupero a distanza molto più semplice.

In sostanza partire con poco dolore equivale ad avere aggirato il primo più grande ostacolo per il ritorno alla normalità.

Bibliografia

Curcuma come antinfiammatorio: mito o realtà?

Un viaggio intorno al ruolo antinfiammatorio della curcuma per le nostre articolazioni

Attorno alle proprietà terapeutiche di alcuni cibi c’è scritto di tutto. Di pozioni miracolose ne è pieno il web. Ma cosa c’è di vero riguardo la capacità di alcuni cibi di agire da veri e propri “farmaci” sul nostro corpo? Con questo articolo cominceranno una serie di “appuntamenti” sui miti o le realtà scientifiche di alcuni cibi e soprattutto sulla capacità di alcuni principi attivi di svolgere una attività antinfiammatoria nelle patologie articolari come l’artrosi.

Curcuma come antinfiammatorio e antiossidante

Cominciamo con una spezia divenuta molto popolare negli ultimi anni, non soltanto perché utilizzata nella cucina etnica, ma anche perché ha cominciato ad essere considerata un vero e proprio cibo funzionale: la Curcuma. Definita per anni lo zafferano dei poveri, già nella Medicina Ayurvedica era annoverata per le sue proprietà energetiche, antinfiammatorie e depurative. Ma cosa dice la scienza a riguardo? Esistono diversi studi che dimostrano la capacità della Curcuma di agire come antiossidante ed antinfiammatorio, oltre che come anti-diabetico ed anti-tumorale, questo grazie al suo principio attivo: la Curcumina. La Curcumina è un composto fenolico naturale, contenuto nella radice della pianta della curcuma, la cui azione farmacologica si esplica grazie alla capacità di questa molecola di ridurre non solo le citochine infiammatorie (come IL-1, IL-6, IL-8, TNF-alpha ed NF-kB) ma anche la produzione di Specie Reattive dell’Ossigeno.

Curcuma artrosi e pubblicazioni scientifiche

La letteratura scientifica è ricca di spunti riguardo la capacità dei curcuminoidi di migliorare la sintomatologia legata all’Osteoartrite. In questa patologia, causata sia da fattori genetici che ambientali, la cartilagine articolare si degrada a causa di processi infiammatori e stress ossidativo che vedono coinvolte citochine infiammatorie e metalloproteasi (MMPs), enzimi che degradano la matrice extracellulare. In diversi studi si è dimostrato che la curcumina è in grado di inibire l’azione di NF-KB e quella delle MMP nei condrociti umani, ovvero le cellule che compongono la cartilagine. Per di più pare che la Curcumina stimoli la produzione di Collagene di tipo II e di Glicosoaminoglicani, componenti della matrice extracellulare della cartilagine. Anche l’azione antinfiammatoria è ben documentata in letteratura, basti pensare che la Curcumina non solo è in grado di bloccare il funzionamento di ciclossigenasi e lipossigenasi, enzimi responsabili della cascata infiammatoria, ma riduce la produzione di radicali liberi nelle cellule della cartilagine umana.

Assorbimento della curcuma

Ma c’è un problema: diversi studi hanno dimostrato che la Curcumina è una molecola molto idrofobica e poco biodisponibile, questo significa che così com’è non viene assorbita ed assimilata in maniera adeguata dall’uomo, ecco perché esistono integratori con formulazioni specifiche che ne permettono una maggiore biodisponibilità.

Tuttavia esistono diversi modi per utilizzare al meglio la Curcuma in cucina ed assorbirne i principi attivi. Ecco a voi tre trucchetti da utilizzare per poter godere delle proprietà antinfiammatorie di questo alimento:

1. Una spolverata di pepe nero (ne basta davvero pochissimo) migliorerà l’assorbimento della curcumina. Secondo una ricerca la piperina contenuta nel pepe nero aiuta ad
aumentare del 154% la biodisponibilità della curcuma!
2. Poiché la curcumina è liposolubile, cioè si scioglie in sostanze grasse, il consiglio è quello di assumere la Curcuma mescolandola con olio extravergine di oliva oppure ghee o olio di cocco che forniranno un apporto adeguato di grassi per favorirne l’assorbimento
3. Riscaldare la curcuma mescolata al grasso per un massimo di 10-15 minuti permette di migliorarne l’assorbimento

Curcuma e artrosi: la ricetta antinfiammatoria

Volete una ricetta golosa, dall’azione antinfiammatoria e che faccia bene alle articolazioni? Riso rosso alla curcuma con verdure, facilissimo da fare e buonissimo da mangiare! Mettete a cuocere il riso ed aggiungete nell’acqua di cottura un cucchiaino di curcuma in polvere. Intanto tagliate le verdure che preferite a julienne mettetele a cuocere in padella con olio extravergine di oliva, curcuma, semi di sesamo e pepe e poco sale. Quando il riso sarà cotto, scolatelo e saltatelo 2 minuti in padella con le verdure (per un sapore super potete mantecare con una piccola quantità di ghee)!

Il controllo del dolore per le articolazioni: cominciamo a tavola

L’azione antinfiammatoria ed antiossidante è fondamentale per tenere sotto controllo il dolore nel paziente affetto da patologia articolare e la Curcuma è un ottimo antidolorifico naturale, se assunto nel modo giusto. Quindi Curcuma assolutamente promossa per il benessere articolare grazie alla presenza di Curcumina, ma attenzione a come la utilizzate in cucina! Piccoli accorgimenti vi aiuteranno a trarre il massimo beneficio dall’utilizzo di questa spezia preziosissima!

Le vostre articolazioni ed il vostro palato vi ringrazieranno!

 

Bibliografia

Reflections about osteoarthritis and Curcuma longa. Akuri MC et al., 2017 Parmacognosy

Review

Short-term effects of highlybioavailablecurcumin for treating knee osteoarthritis: A randomized, double-blind, placebo-controlled prospective study Nakagawa Y et al., 2014 J Orthop Sci

A current review of molecular mechanisms regarding osteoarthritis and pain. Lee AS et al.,

2013 Gene

Dolore articolazioni: un menù antinfiammatorio

L’infiammazione è la risposta naturale che il nostro organismo attiva per proteggersi e combattere i danni causati da fattori stressogeni, come fattori fisici, biologici, o chimici. In particolari condizioni questa situazione può divenire cronica, minacciando il normale funzionamento dei processi fisiologici di organi e apparati. L’infiammazione è spesso alla base della comparsa di dolore alle articolazioni nelle fasi anche iniziali dell’artrosi. Cerchiamo di capire come sia possibile contrastare l’infiammazione a tavola con un menù antinfiammatorio.

Dolore alle articolazioni e infiammazione: quale origine?

Lo stato di infiammazione cronica accompagna tipicamente le patologie metaboliche, come obesità e diabete, dove il tessuto adiposo in eccesso è responsabile della produzione di molecole che agiscono sullo sviluppo dell’infiammazione. Il grasso, infatti, non è solamente un organo di stoccaggio dei grassi, ma un vero e proprio organo endocrino che produce citochine dall’azione pro- infiammatoria. Una di queste molecole, la leptina, oltre ad agire sui sistemi che regolano la sazietà sembra avere un ruolo anche sul metabolismo della cartilagine e sullo sviluppo dell’infiammazione che tipicamente accompagna le artrosi.

Alimentazione e artrosi: eliminare il dolore alle articolazioni

Da un punto di vista fisio-patologico l’artrosi è caratterizzata non soltanto da fenomeni degenerativi della cartilagine articolare, ma anche dalla presenza di fenomeni infiammatori, e questo spiega perché l’artrosi di ginocchio, ad esempio, colpisca più frequentemente i soggetti sovrappeso o obesi e soggetti affetti da sindrome metabolica.

Dolore alle articolazioni e infiammazione: la prevenzione comincia a tavola

Ma come possiamo proteggere le nostre articolazioni a tavola? È fondamentale tenere presente un concetto molto semplice: se si vuole ridurre l’infiammazione dell’organismo, a tutti i livelli, il modo più facile per farlo è consumare più cibi anti-infiammatori e meno alimenti pro-infiammatori. La nostra alimentazione quotidiana va basata su alimenti nutrienti, ricchi di antiossidanti, sali minerali e vitamine, mentre andrebbero evitati il più possibile i prodotti trasformati e processati dell’industria alimentare, quelli ricchi di additivi chimici, conservanti, e coloranti, di zuccheri semplici e grassi saturi, trans o idrogenati. Perché gli anti-ossidanti sono così importanti? Perché la loro azione di contrasto all’infiammazione si basa sulla capacità di neutralizzare i radicali liberi, molecole reattive in grado di stimolare i processi infiammatori nelle cellule e che addirittura hanno la capacità di “mutare” il DNA.

Per controllare il dolore alle articolazioni, scegliamo gli alimenti giusti

Ma quali sono gli alimenti con azione anti-infiammatoria, che vanno consumati preferibilmente?

  • Verdure: meglio se di stagione, preferendo soprattutto broccoli, cavoli, cavolini di Bruxelles, cavolfiore, e altre Brassicaceae
  • Frutta: meglio se di stagione, soprattutto quella più ricca di antiossidanti come le vitamine A, C ed E
  • Frutta ad alto contenuto di grassi monoinsaturi: avocado e olive
  • Olio extravergine di oliva, ricco di acidi grassi monoinsaturi, Idrossitirosolo (antiossidante) e vitamina E
  • Pesce ricco in Omega 3: salmone e pesce azzurro
  • Frutta secca a guscio: noci, mandorle, pistacchi
  • Semi oleosi: semi di zucca, semi di lino, semi di girasole
  • Peperoni e peperoncino (ricchi di vitamina C)
  • Cioccolato fondente almeno all’80% e/o cacao puro
  • Spezie: curcuma, la cannella e lo zenzero
  • Tè verde
  • Un bicchiere di vino rosso al giorno (contenente Resveratrolo)

I nemici dell’infiammazione da evitare a tavola per contrastare il dolore alle articolazioni

Quali alimenti hanno azione pro-infiammatoria e vanno evitati?

  • Zucchero e bevande zuccherate (succhi di frutta zuccherati, gli energy drink, le bibite gasate)
  • Dolciumi e carboidrati raffinati (merendine, caramelle, torte e gelati)
  • Carni lavorate (insaccati, carne in scatola)
  • Snack preconfezionati (salatini, patatine)
  • Grassi trans idrogenati
  • Alcolici, in particolare i superalcolici

La giornata alimentare antinfiammatoria

Ho provato a costruire una giornata alimentare “anti-infiammatoria”, inserendo cibi adatti per coloro che soffrono di infiammazione legata alle articolazioni. Una dieta antinfiammatoria ben bilanciata dovrebbe fornire un adeguato quantitativo di proteine, carboidrati e grassi buoni a ogni pasto, assicurando un buon apporto di vitamine, minerali e fibre. Il consiglio è sempre quello di consumare almeno 2 litri di acqua al giorno ed utilizzare olio extravergine di oliva come condimento.

Ecco la giornata tipo per alimentarsi in modo antinfiammatorio

Colazione: Tè verde o caffè senza zucchero + yogurt greco con avena e kiwi

Pranzo: Riso integrale alla curcuma con dadolata di verdure insaporite ai semi di sesamo + contorno di cavolo cappuccio crudo condito con olio extravergine d’oliva e noci + macedonia di frutti di bosco conditi con succo di limone

Spuntino: Frutta secca o semi oleosi con frutta fresca di stagione

Cena: Salmone al cartoccio condito con fettine di limone + insalatona di verdure di stagione e avocado condita con olio extravergine di oliva e limone + pane integrale + un bicchiere di vino rosso + dessert di cioccolato fondente (almeno all’80%)

La salute delle articolazioni comincia a tavola

Diversi studi hanno dimostrato che una dieta antinfiammatoria, insieme all’esercizio fisico regolare e al sufficiente riposo possono apportare diversi benefici sulla salute del paziente artritico, attenuandone i sintomi e i dolori alle articolazioni e aiutandolo nella perdita del peso in eccesso, nel miglioramento dei livelli ematici di glicemia, colesterolo e trigliceridi e riducendo i livelli dei marcatori dell’infiammazione nel sangue. Per questo motivo è fondamentale scegliere uno stile di vita salutare e attuare una dieta ricca di alimenti antiinfiammatori per migliorare lo stato di salute generale.

Riferimenti bibliografici

Dieta e protesi: un’alimentazione sana può migliorare il recupero dopo l’intervento?

L’obesità rappresenta uno dei più importanti fattori di rischio per lo sviluppo di artrosi dell’anca e del ginocchio e l’intervento di protesi spesso é l’unica soluzione terapeutica efficace di fronte a questa patologia. Considerando l’aumento del numero di complicanze intra- e post- operatorie nel paziente obeso, non è raro che la prima misura di intervento consigliata dall’ortopedico consista proprio nella perdita di peso prima dell’intervento chirurgico. Associare dieta e protesi è dunque una carta vincente su tutti i fronti. Vediamo come possiamo ottenere un risultato efficace prima dell’intervento chirurgico di protesi di anca o di ginocchio.

Dieta e protesi: quali vantaggi?

Un approccio multidisciplinare deve avere come scopo non soltanto quello di informare il paziente sui potenziali rischi dell’intervento, ma soprattutto quello di sensibilizzarlo nell’intraprendere un percorso di rieducazione alimentare in modo da ottenere una efficace riduzione del peso prima di affrontare un intervento di protesi di anca o di ginocchio, minimizzando i rischi legati alla condizione di obesità e al sovrappeso.

Dieta e protesi: primo obiettivo misurare il grado di obesità

Lo strumento maggiormente utilizzato è il calcolo dell’Indice di Massa Corporea (BMI), che non è altro che il rapporto tra il peso (espresso in Kg) e il quadrato dell’altezza (espressa in metri). Questo parametro serve ad inquadrare un soggetto in una categoria che può andare dal sottopeso, al normopeso, fino a obesità di grado III. Sono normopeso gli individui con un BMI compreso tra 19 e 25. Avere un BMI maggiore di 25 espone il paziente a maggiori probabilità di sviluppare patologie che aumentano i rischi durante un intervento chirurgico. Tra queste ricordiamo: malattie cardiovascolari, ipertensione, diabete di tipo 2, ischemie, apneee notturne e Sindrome metabolica (una condizione caratterizzata dalla concomitanza di patologie cardiovascolari, sovrappeso e diabete 2).

Dieta e protesi: una corretta alimentazione migliora lo stile di vita prima dell’intervento

La perdita di peso pre-intervento rappresenta il primo step per il miglioramento dello stile di vita del paziente e richiede spesso un profondo cambiamento nell’approccio al cibo. Mangiare è l’atto più naturale che un organismo vivente possa compiere, ma il modo in cui mangiamo influisce profondamente sullo stato di salute. Il nostro organismo, per funzionare al meglio, ha bisogno di acqua, di macronutrienti (proteina, carboidrati, lipidi) e di micronutrienti (vitamine e Sali minerali). In media ogni giorno dovremmo quindi introdurre carboidrati, proteine e grassi, in quantità e percentuali variabili in base allo stile di vita, al sesso, all’età e alla quantità di attività fisica fatta quotidianamente.

Parole d’ordine a tavola: moderazione e qualità

Consumare piatti non troppo abbondanti ed evitare cibi spazzatura (merendine, cibo da fast food o cibi molto elaborati a livello industriale) sono il primo passo per prevenire non solo il sovrappeso, ma anche patologie cardiovascolari, diabete e malattie infiammatoria, tra cui le artriti.

Dieta e protesi: come faccio a perdere peso in salute prima dell’intervento?

La paura più grande delle persone in sovrappeso o obese è dover smettere di mangiare o dover seguire una alimentazione noiosa e “triste”. Niente di più sbagliato! Il cibo non deve essere un nemico, ma un alleato e rendere i piatti colorati, divertenti e gustosi è assolutamente fondamentale per aiutare il paziente a modificare il proprio stile di vita.

Perdere peso in salute ecco i trucchi

Non saltare la colazione

Questo è il pasto più importante della giornata. Via libera a pane integrale, frutta fresca, frutta secca, yogurt. Meglio evitare merendine e cibi industriali

Fare gli spuntini

Aiutano ad arrivare non troppo affamati al pranzo o alla cena e ci permettono di mantenere costante la glicemia evitando “su e giù” di zuccheri nel sangue che contribuiscono all’accumulo di grassi – sgranocchiare verdure crude durante la preparazione dei pasti, aiuta a evitare di “lanciarsi” in dispensa e divorare formaggi, grissini e salumi. Le fibre, inoltre, danno sazietà e riducono l’assorbimento di zuccheri e grassi.

Evitare zuccheri semplici

No categorico a merendine, zucchero nel caffè, bevande gasate e dolciumi, ricchi di zuccheri semplici. Lo zucchero è una molecola altamente infiammatoria, quindi va maneggiata con cura!

Creare piatti completi

Quello che prepariamo deve avere una parte di carboidrati complessi, meglio se integrali (pasta integrale, orzo, riso integrale, farro, quinoa…), una parte di proteine animali o vegetali (carne, pesce, legumi, formaggi magri, uova), una parte di grassi buoni (olio extravergine di oliva) e una bella porzione di fibre (verdure, meglio se di stagione)

Rispettare la stagionalità

La frutta e la verdura di stagione, oltre a essere più ricchi di antiossidanti, vitamine e Sali minerali, sono anche meno trattate con pesticidi…inoltre costano molto meno! Le fibre delle verdure danno molta sazietà, aiutando anche a ridurre le porzioni di carboidrati, grassi e proteine

NO categorico a cibi industriali e molto elaborati

Anziché comprare una cotoletta, non è meglio prepararsela? Non è più sano mangiare una fetta di ciambella fatta in casa piuttosto che comprare merendine?

Fare almeno 20 minuti di camminata a passo veloce al giorno

Il movimento aiuta non soltanto nella perdita di peso, ma anche nel mantenimento dei risultati! 

Dieta e protesi: le domande comuni

Quanto tempo ci vuole per perdere peso? Quanti chili dovrò perdere prima dell’intervento? Dovrò continuare a perdere peso anche dopo? Queste domande sono molto frequenti tra i pazienti sovrappeso o obesi che dovranno sottoporsi ad intervento di protesi articolare e la risposta dipende dalla gravità del sovrappeso e dalla motivazione del paziente. In genere, in pazienti obesi, è auspicabile perdere circa il 10% del peso corporeo prima dell’intervento per poi continuare con un bel percorso di rieducazione alimentare fino al raggiungimento del peso forma, anche dopo l’intervento chirurgico. I tempi sono variabili da paziente a paziente e dipendono molto da fattori come l’età, il sesso e la presenza di patologie metaboliche. È noto che la perdita di peso pre-operatoria riduca i rischi per il paziente e facilita la ripresa delle normali attività dopo l’intervento chirurgico.

Aiutare le articolazioni a tavola

Preservare il benessere articolare a tavola si può: ci sono infatti modelli alimentari ricchi di cibi che aiutano le nostre articolazioni, rafforzandole e contribuendo a mantenerle in salute. Uno di questi è la Dieta Mediterranea. L’olio d’oliva rappresenta la fonte principale di grassi in questo tipo di regime alimentare, è ricco di acidi grassi monoinsaturi (MUFA) e di composti fenolici, tocoferolo e carotenoidi che hanno una riconosciuta azione antiossidante e anti-infiammatoria. L’olio d’oliva è inoltre ricco di oleuropeina, idrossitirosolo e oleocantale, sostanze che agiscono da antiossidanti, riducendo l’azione delle citochine pro-infiammatorie e fanno da inibitori degli enzimi coinvolti nella cascata infiammatoria. La Dieta Mediterranea è inoltre ricca di frutta e verdure che forniscono vitamine del gruppo C (per esempio gli agrumi) e di cibi che costituiscono una ottima fonte di Omega 3 (pesce azzurro, frutta secca, semi). Sia la vitamina C che gli omega 3 svolgono un ruolo protettivo di enorme importanza sulle articolazioni, e garantiscono il benessere dei condrociti (le cellule che costituiscono la cartilagine) e della matrice extracellulare che li circonda.

Dieta e protesi: riduzione del dolore articolare

Così come una corretta alimentazione e la perdita di peso pre-operatoria rappresentano un valido strumento per la preparazione all’intervento chirurgico, allo stesso modo una corretta alimentazione post-operatoria può aiutare il paziente a una ripresa più rapida e alla riduzione del dolore articolare. La cartilagine, infatti, è un tessuto connettivo in cui le cellule (i condrociti) sono immersi in una matrice extracellulare costituita per lo più da collagene di tipo II, proteoglicani e aggrecani. Nelle artriti si assiste ad una progressiva perdita delle caratteristiche strutturali del tessuto e pertanto uno degli obiettivi della riabilitazione post-operatoria è proprio quello di riacquistare una corretta funzione articolare e una corretta omeostasi della cartilagine; in questo processo la dieta gioca un ruolo fondamentale.

Gli alimenti antinfiammatori naturali

Esistono molti alimenti contenenti sostanze antinfiammatorie naturali, in grado di agire sulla riduzione di molti dei sintomi tipici del post-operatorio, come ad esempio il dolore cronico. Tra questi ricordiamo:
– ZENZERO: ricco di gingerolo, aiuta nella riduzione dell’infiammazione e del dolore muscolare e articolare

– ANANAS: contiene Bromelina,un vero e proprio anti-infiammatorio

– TIMO: ha un effetto simile al Desametasone sulla riduzione del dolore

– CILIEGIE: riccissime di antiossidanti, che danno sollievo dal dolore

– OLIO EXTRAVERGINE D’OLIVA: contiene Idrossitirosolo, un importante antiossidante e alcuni composti simili da un punto di vista molecolare all’Ibuprofene

– SALMONE E PESCE AZZURRO: sono ricchi di Omega3, acidi grassi responsabili della riduzione dello stato infiammatorio a livello articolare

– UVA ROSSA: contiene Resveratrolo, dalle note proprietà anti-infiammatorie

– OLIO DI PESCE: contiene acido Decosaexoico (DHA) e acido Eicosapentoico (EPA), entrambi dalle proprietà anti-infiammatorie

Dieta e protesi: un approccio multidiscplinare

È possibile, dunque, concludere che una dieta sana, insieme alla perdita di peso pre- operatoria e a un programma riabilitativo studiato ad hoc migliorano fortemente la qualità di vita del paziente nel post-operatorio. Il percorso ottimale vede l’intervento ed il lavoro di equipe dell’Ortopedico, del Nutrizionista e del Fisioterapista, che effettueranno una valutazione complessiva del paziente, ottimizzandone il recupero sul breve e lungo termine.

Sclerosi dei tetti acetabolari anca

Cosa significa quando si legge sul risultato di una RX (radiografia) di anca: sclerosi dei tetti acetabolari?

Quante parole incomprensibili popolano i nostri esami diagnostici. Affrontiamo alcuni termini molto frequenti per provare a capirci qualcosa. Magari prima della irrinunciabile visita medica con lo specialista.

Il tema di questo approfondimento è la frase sclerosi dei tetti acetabolari che può generare alcuni dubbi in chi legge.

Vuoi sapere subito cosa fare? Ecco l’infografica: se trovi almeno due problemi che ti riguardano meglio rivolgersi subito all’ortopedico.

sclerosi tetti acetabolari

Sclerosi dei tetti acetabolari

Proviamo a scomporre in termini questa frase. Scomponendo in piccole parti tutto diventa più semplice.

Cosa significa sclerosi?

La sclerosi è un indurimento. Tutti i tessuti hanno una loro specifica densità normale. La densità dei tessuti è direttamente corrispondente alla loro funzione. Il tessuto morbido sotto il tallone serve ad ammortizzare. Quello duro delle ossa serve a sorreggere. La densità dei menischi serve ad ammortizzare e stabilizzare. Anche le articolazioni hanno una loro densità. L’osso appena al di sotto della cartilagine si chiama osso subcondrale. Questo è il primo strato di osso che trasmette il carico dell’articolazione al resto dello scheletro. Stiamo parlando dunque di uno strato di tessuto molto soggetto al peso del corpo. Quando l’articolazione è normale, la cartilagine, spessa alcuni millimetri specialmente nelle anche, provvede a distribuire il carico a tutto l’osso subcondrale senza che si concentri in alcun punto specifico. La sclerosi subcondrale è dunque un primo esempio di coxoartrosi.

Come si vede la sclerosi ossea in radiografia

La sclerosi ossea è questo indurimento dell’osso sotto la cartilagine dovuto a un sovraccarico dell’articolazione. Nella radiografia la sclerosi si manifesta con l’addensamento dell’osso che appare come una linea rinforzata. L’osso normale nella coxartrosi bilaterale dell’anca si presenta in radiografia con una graduale scala di grigi. Invece, quando comincia ad addensarsi, risulta come una linea bianca più spessa al di sotto dello spazio articolare. In un modo ancora più semplice la sclerosi ossea viene segnalata dal radiologo nel referto della radiografia ogni volta che è visibile nella lastra.

La sclerosi subcondrale ossea come primo segnale di artrosi dell’anca (coxartrosi)

Quando la cartilagine comincia a mancare il carico si concentra in pochi punti. L’osso sub-condrale subisce quindi un carico concentrato. La reazione dell’osso ad un carico concentrato provoca un cambiamento della sua densità. L’addensamento dell’osso si vede sulle radiografie e il radiologo scrive sul referto frasi come:

  • sclerosi dell’osso subcondrale;
  • sclerosi localizzata in zona di carico;
  • sclerosi dei tetti acetabolari;
  • aree di sclerosi articolare.

Abbiamo dunque capito che la sclerosi è una reazione di difesa del nostro osso in risposta ad un sovraccarico dovuto alla perdita parziale della cartilagine.

La coxartrosi bilaterale può manifestarsi con una sclerosi dei tetti acetabolari

Un quadro iniziale di coxartrosi (artrosi dell’anca) può manifestarsi bilateralmente provocando fastidi ad entrambe le anche. Molto spesso ci troveremo di fronte a un quadro lievemente differente tra le due articolazioni. Infatti ognuno di noi ha un lato dominante che utilizza preferenzialmente. La cosa più comune è trovare da un lato un’artrosi di I o II grado secondo Kellgren Lawrence e sull’altro lato una sclerosi dei tetti acetabolari. Solo nei quadri molto iniziali le due anche saranno identiche.

Cosa sono i tetti acetabolari?

Gli acetaboli sono parte dell’articolazione dell’anca. Sono come delle coppe scavate nel bacino che accolgono la testa del femore per costituire l’articolazione dell’anca. I tetti acetabolari sono la parte dell’acetabolo (del bacino) soggetta alla maggior parte del carico. Si tratta del tetto dell’articolazione dove passa tutto il peso del corpo. È chiaro dunque che sotto il peso del corpo questa sia la prima parte soggetta a sclerosi in caso di perdita di cartilagine.

Tetti acetabolari: quando preoccuparsi?

Di fatto la sclerosi dei tetti acetabolari è un qualcosa di benigno e molto iniziale nella manifestazione dell’artrosi dell’anca. Gli aspetti del tetto acetabolare che devono preoccupare maggiormente sono piuttosto la presenza di calcificazioni, la presenza di un tetto acetabolare sfuggente e la presenza di osteofiti acetabolari.

Calcificazioni acetabolari

Le calcificazioni sono sempre un segno di sofferenza infiammatoria dell’articolazione. Si tratta di presenza di calcio in tessuti che normalmente devono essere morbidi. La trasformazione calcifica dei tessuti provoca una rigidità che è causa di frequenti infiammazioni dolorose. Non esiste una vera e propria terapia delle calcificazioni acetabolari, ma si possono fare cure mirate al controllo dell’infiammazione e al mantenimento dell’elasticità del movimento.

Tetto acetabolare sfuggente

Questa caratteristica è tipica di una displasia dell’anca. Abbiamo detto che l’acetabolo è come una coppa accogliente che ospita l’articolazione dell’anca. La mancanza di un’adeguata copertura la testa del femore tende a uscire verso l’alto dal suo alloggiamento. Chiaramente le strutture capsulari e legamentose sono così forti che non provocano una lussazione dell’anca, ma si crea una condizione di sublussazione e carico eccentrico che provocano usura. Questa condizione nota come displasia dell’anca o sfuggenza del tetto acetabolare va seguita molto attentamente nel tempo. Se presente in età giovanile può essere trattata nei casi più gravi con osteotomie di bacino, in età adulta conviene procedere con una protesi d’anca prima che il consumo sia tale da rendere altamente complesso questa soluzione.

Osteofiti acetabolari

Quando si parla di osteofiti siamo sempre in un quadro avanzato di artrosi. L’osteofita è una protuberanza dell’osso che il nostro corpo crea per distribuire più largamente le pressioni in assenza di cartilagine. Questo sforzo potenzialmente positivo, genera una situazione controproducente per il movimento che viene di fatto incarcerato e bloccato da queste formazioni ossee. Gli osteofiti sono la prima causa di rigidità dell’anca con artrosi limitando gravemente il movimento di rotazione e rendendo di fatto molto difficile raggiungere il piede per vestirsi, mettere un calzino o allacciarsi le scarpe.

Come si diagnostica la sclerosi dei tetti acetabolari?

La radiografia del bacino sotto carico è in grado di evidenziare questo problema. Si tratta di una lastra comune. L’unica accortezza come sempre è che venga eseguita con il peso del corpo cioè con il paziente in piedi. Infatti nelle radiografie la valutazione dell’entità della cartilagine residua è valutabile in maniera indiretta. Infatti la cartilagine si dice che è radiotrasparente, cioè non si vede un una radiografia normale. Al contrario si vedono bene le ossa. Chiaramente in assenza di carico cioè se non si sta in piedi, lo spazio che si vede in radiografia tra un osso e l’altro potrebbe essere dovuto ad una articolazione rilassata e non alla effettiva presenza di cartilagine. Viceversa se la radiografia viene eseguita “sotto carico” cioè con il paziente in piedi lo spazio che resta tra il femore e il bacino nell’articolazione dell’anca (coxofemorale) sarà con certezza dovuto alla presenza di cartilagine, a prescindere o meno dalla presenza della sclerosi subcondrale dei tetti acetabolari.

L’interpretazione del referto di radiografia

Torniamo al nostro referto di radiografia. Se nelle righe leggiamo sclerosi dei tetti acetabolari significa che c’è una sofferenza della cartilagine dell’anca. Generalmente non si tratta di un consumo completo che verrebbe descritto con parole diverse. Si impone però una valutazione ortopedica per la visione diretta delle immagini. Una valutazione diretta delle immagini quantifica il grado di usura presente e determina un trattamento.

Evitiamo le preoccupazioni inutili

Un referto radiologico è la descrizione di un’immagine. Tale descrizione si presta pertanto ad una interpretazione soggettiva della realtà. Se chiedessimo a 3 critici di arte di descriverci la Gioconda di Leonardo molto probabilmente ognuno si fermerebbe in maniera molto diversa a descriverne i dettagli. Allo stesso modo può succedere ai radiologi nella descrizione di una sclerosi dei tetti acetabolari di trovare termini molto diversi per parlarne, talvolta anche esagerando nella loro descrizione. La valutazione di un problema ortopedico come ricordiamo sempre non può prescindere da due cose fondamentali: la visita medica e la visualizzazione diretta dell’immagine da parte dell’ortopedico. Prima di preoccuparci inutilmente vediamo dunque nella pratica cosa fare nell’ultimo capitolo.

Sclerosi dei tetti acetabolari: cosa fare in pratica?

Ogni volta che su un referto viene scritto: sclerosi dei tetti acetabolari bisogna cominciare a preoccuparsi per un’artrosi dell’anca. Generalmente però in questa fase il trattamento è conservativo, senza intervento chirurgico. Una combinazione di rinforzo muscolare, terapia infiltrativa e condroprotettori.

Metodo pratico per decidere se eseguire una visita dallo specialista

Se avete avuto la diagnosi di sclerosi dei tetti acetabolari o di una coxartrosi su un referto radiografico se rispondete di si ad almeno 2 di queste domande vale la pena di eseguire una visita specialistica ortopedica per affrontare il problema.

  • Ho dolore all’inguine mentre cammino e sollevo la gamba. Tipicamente fa male quando entro ed esco dalla macchina o dopo che ho camminato per 500 metri. Se faccio di più la notte mi fa molto male
  • Ho difficoltà a raggiungere il piede per vestirmi o infilare un calzino
  • Prendo più di 2-3 volte al mese un antinfiammatorio per ridurre il dolore che sento
  • Ho smesso di fare cose che prima facevo per via del dolore: non faccio più sport, non esco con gli amici, evito alcune attività in casa
  • Ho notato che la gamba che mi fa male è diventata più corta dell’altra: è come se quando cammino sul lato che fa male mi mancasse del terreno sotto al piede e le persone cominciano a dirmi che zoppico mentre cammino

Se vi riconoscete in queste parole una visita specialistica ortopedica è necessaria per chiarire l’origine del problema e affrontarla con terapie conservative o chirurgiche adeguate allo stadio della vostra malattia.

Approfondimenti per chi lo desidera sulla coxartrosi di anca

Per chi volesse approfondire l’aspetto delle immagini radiografiche può visualizzare questa radiografia di bacino che può aiutare a rendersi conto di come appare una radiografia dell’anca sana e malata.

La protesi di anca deve essere riservata solo alle artrosi con completa scomparsa della rima articolare.

Se hai una diagnosi di coxartrosi di anca e ti hanno detto che devi operarti puoi trovare cosa significa per noi la chirurgia mini-invasiva secondo il protocollo fast track che eseguiamo presso la clinica IFCA Villa Ulivella di Firenze dove esercitiamo la nostra professione.

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