Periartrite di spalla: esiste davvero?

La periartrite di spalla non è una patologia, è un termine generico con cui nel passato veniva inquadrato il dolore alla spalla. Un modo per fare affluire nella periartrite tutte le patolgie dolorose che riguardano questa articolazione. Vediamo dunque di capire cosa è cambiato nel tempo sulle patologie della spalla.

Periartrite: un termine confondente

La periartrite di spalla non è altro che una parola per inquadrare la spalla dolorosa. Ma si tratta di un termine che dobbiamo abbandonare in quanto gravemente pericoloso. Il primo motivo è che generalmente un po’ di periartrite alla spalla è considerato qualcosa di lieve, poco grave, che merita al limite un po’ di fisioterapia. Non è vero. Una “semplice” periartrite di spalla può nascondere patologie pericolose per la salute della spalla. Potrebbe essere un primo utilissimo campanello d’allarme per trattare subito un problema prima che si aggravi.

Periartrite di spalla: può nascondere una calcificazione?

Una delle patologie che può essere genericamente qualificata come periartrite di spalla può essere una calcificazione intratendinea. Questa patologia si presta moltissimo in quanto spesso ha un esordio acuto e se non ricercata attentamente può sfuggire alla diagnosi. Occasione mancata perchè in alcuni stadi la calcificazione può essere eliminata con un semplice lavaggio artroscopico o addirittura in ecografia.

Una lesione della cuffia dei rotatori può essere classificata come periartrite di spalla?

Certamente una lesione tendinea può essere dolorosa. Se non diagnosticata e inquadrata come semplice periartrite di spalla, la lesione tendinea può allargarsi nel tempo e divenire irreparabile. Spesso poi la diagnosi superficiale di periartrite si accompagna all’esecuzione semplicistica di infiltrazioni cortisoniche che spegnendo il sintomo contribuiscono nelle prime fasi alla sbagliata convinzione di essere guariti. Salvo poi riaccendersi il dolore dopo molti anni e trovarsi nella condizione di non poter più far nulla per ripararla.

Un’artrosi scambiata per periartrite di spalla

Altro caso tipico di malinteso è l’artrosi di spalla. Molto spesso se il medico non richiede le giuste radiografie, queste possono essere eseguite solo per una ricerca di una frattura e non per guardare se c’è o no artrosi di spalla. Una proiezione radiografica sbagliata può fare escludere erroneamente un’artrosi senza identificare correttamente la causa del dolore. Anche in questo caso la terapia se riconosciuta un’artrosi può essere correttamente centrata ad esempio trattando con infiltrazioni intrarticolari ecoguidate di acido jaluronico il problema nelle fasi iniziali.

Periartrite o capsulite adesiva

Altro possibile inganno se scambiato con la periartrite di spalla è la capsulite adesiva. La capsulite adesiva è una patologia che comporta una perdita di range di movimento su tutti i piani della spalla. Le fasi iniziali sono quelle più subole che possono manifestarsi solo con un dolore aspecifico senza ancora una grave compromissione del movimento passivo. In questo caso una mancata diagnosi avrebbe il peso di farsi sfuggire la possibilità di una riabilitazione precoce aggressiva che potrebbe migliorare il risultato del trattamento.

La periartrite di spalla come importante campanello d’allarme

In conclusione tutti i dolori inquadrati come periartrite di spalla sono preziosi per l’ortopedico. Si tratta infatti di un modo in cui la nostra articolazione ci da un segnale d’allarme per permetterci di isolare la causa del problema. Una visita ortopedica e gli opportuni, talvolta anche semplici, accertamenti ci possono permettere di diagnosticare la vera causa e spesso affrontarla evitando nel tempo che il problema possa ripresentarsi o peggiorare.

 

Dolore alla spalla: può essere una calcificazione?

Cinque regole per capire se il dolore alla spalla può dipendere da una calcificazione intratendinea

Un dolore alla spalla può dipendere da innumerevoli motivi più o meno seri. Uno sforzo, una lesione della cuffia dei rotatori, una contrattura muscolare o in alcuni casi l’artrosi di spalla. A volte però nessuno di questi motivi sembra giustificare il dolore alla spalla.

La causa allora potrebbe essere un’altra. Per motivi non noti all’interno dei tendini della cuffia dei rotatori possono formarsi dei depositi duri detti calcificazioni. Il tendine normalmente morbido diventa all’improvviso rigido, non elastico e doloroso.

In questo articolo vediamo come capire se il dolore alla spalla possa dipendere da una calcificazione.

Prima regola: Intensità del dolore

La prima regola è l’intensità del dolore. Una calcificazione fa male, molto male. Generalmente sveglia di notte senza apparenti motivazioni. Chi lo ha provato lo descrive come una colica renale o lo paragona ai dolori del parto. Sono dolori sordi, intensi, mal identificabili. Il dolore alla spalla è spesso tale da spingere a recarsi al pronto soccorso. Il motivo del dolore così intenso è legato alla patogenesi della calcificazione che è determinata da una necrosi ossia una morte cellulare che è di per sé dolorosa. La deposizione dei sali di calcio all’interno del tendine inoltre determina una compressione importante sui tessuti, altro motivo di sofferenza.

Seconda regola: assenza di traumi

La seconda regola è l’assenza di traumi riferiti. Non ci si ricorda quasi mai un evento particolare che abbia scatenato il dolore. Il dolore arriva così di punto in bianco. Senza alcuna avvisaglia ci si sveglia la notte con un dolore lancinante.

Terza regola: non risponde agli antinfiammatori tradizionali

La terza regola è tipica della calcificazione intra-tendinea. Per quanto si assumano gli antinfiammatori riescono poco o nulla a controllare il problema. Di nuovo la giustificazione di questo fatto si basa sul criterio che un dolore compressivo dovuto all’espansione della massa calcificata non proviene da un meccanismo infiammatorio acuto almeno inizialmente. Pertanto è difficile che risponda ad una terapia di questo tipo.

Quarta regola: il freddo può peggiorare la situazione

La quarta regola consiste nel fatto che spesso la calcificazione risponde male all’applicazione del freddo. Spesso il dolore intenso viene ulteriormente peggiorato dalla contrattura dei muscoli della spalla. Il ghiaccio può peggiorare questa condizione rendendo difficile la risoluzione del problema. Sempre più spesso invece sperimento come i miei pazienti trovino un vantaggio importante dall’utilizzo della borsa dell’acqua calda o dall’uso di cerotti autoriscaldanti.

Quinta regola: l’età più colpita

Si tratta generalmente di soggetti giovani tra i 40 e i 50 anni, specialmente donne. Anche in questo caso non è una regola ferrea, ma c’è una presunzione di probabilità maggiore se ci si trova in questa fascia d’età.

Se rispetti almeno 3 regole su 5 c’è un’elevata probabilità che tu soffra per una tendinite calcifica della cuffia dei rotatori. Lo specialista è in grado di eseguire un trattamento ecoguidato per calmare il tuo dolore in tempi rapidi. Inoltre può valutare con gli opportuni accertamenti quale sia il metodo migliore per rimuovere la calcificazione e farti tornare alla vita normale.

Dolore alla spalla: come mai non dormo la notte?

Che tu sia uomo o donna, giovane o anziano questo articolo potrebbe chiarire le cause del dolore notturno alla spalla. E arrivare a una soluzione.

Il dolore notturno alla spalla è un problema estremamente diffuso.

Si presenta come un dolore peristente, trattato magari con antinfiammatori e cure fisiche. Risultato: scarsa efficacia se non un beneficio relativo e temporalmente limitato. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza sulle cause di questo problema, che possono essere molto diverse tra loro.

Un metodo utile è dividere il problema in alcuni scenari tipici, forzatamente semplificati. Tali scenari non hanno lo scopo di arrivare da soli ad una diagnosi. Servono però a capire che è inutile sopportare ad oltranza un dolore che potrebbe avere una soluzione pratica, talvolta abbastanza semplice.

Le tre situazioni tipo che possono facilmente rappresentare il dolore notturno alla spalla sono:

  1. donna adulta con dolore improvviso alla spalla;
  2. uomo lavoratore manuale con dolore e perdita di forza alla spalla;
  3. anziano con dolore e impossibilità a usare il braccio sopra il livello del volto.

1. Donna tra 40 e 50 anni, attiva con dolore improvviso e acuto alla spalla.

Di solito si tratta di un’infiammazione acuta dei tessuti che stanno intorno alla spalla. Un po’ grossolanamente veniva definita nel passato con il termine di “periartrite”. La definizione di periartrite veniva utilizzata quando la conoscenza delle cause del dolore era molto limitata. Oggi la classificazione con il termine periartrite ha perso molto di significato. Il tentativo è sempre quello di curare il dolore alla spalla solamente dopo avere identificato la causa del problema.

La patologia più comune che si presenta con questo scenario è la tendinopatia calcifica. Un tessuto tendineo che normalmente è morbido e funzionale diventa duro e calcificato. Su Chirurgiarticolare il problema è stato affrontato in articoli specifici, dove è stato discusso anche il possibile trattamento. In sostanza, tornare ad avere una spalla senza dolore è possibile con trattamenti poco invasivi quali onde d’urto e lavaggi guidati dall’ecografia.

Quando invece tutti gli accertamenti eseguiti non mostrano alcuna patologia, ma la spalla non è in grado di muoversi né attivamente né passivamente, il dolore alla spalla può avere un’altra origine. Quando prevale l’aspetto della rigidità nel dolore di spalla, parliamo infatti di capsulite adesiva, oppure spalla congelata (“frozen shoulder”), secondo la terminologia americana. Si tratta di una forma di grave rigidità nel movimento che non si sa perché si manifesti in maniera tanto improvvisa quanto disabilitante. Non si riesce più a fare nulla, nemmeno i gesti più semplici della vita quotidiana. In questo caso con grande pazienza il trattamento è riabilitativo. L’ortopedico gioca un ruolo di secondo piano supportando il lavoro del fisioterapista con infiltrazioni a scopo antinfiammatorio oppure in casi estremi con la chirurgia in artroscopia per rimuovere l’ostacolo meccanico.

2. Uomo lavoratore manuale con dolore meccanico e perdita di forza durante le attività.

Questo è il caso che tipicamente viene sottovalutato a lungo. Chi è abituato a lavorare pesantemente non si ferma di fronte a nulla e spesso la presenza di una grande massa muscolare periarticolare compensa facilmente un danno anche macroscopicamente evidente. Si tratta di spalle che per il duro lavoro perdono uno o più tendini della cuffia dei rotatori, fondamentali per il movimento corretto della spalla su tutti i piani. In questo caso la spalla è dolorosa in quanto lavora male durante tutte le attività quotidiane. La notte il dolore alla spalla diventa insopportabile perché scatena l’infiammazione accumulata durante l’attività.

Questo è il tipico caso che ha un vantaggio enorme dalla chirurgia di riparazione artroscopica del tendine lesionato. L’atteggiamento attendista non premia mai. Tanto prima si ripara la lesione tanto meglio il paziente torna all’attività completa e normale della spalla. E tanto prima il dolore notturno scompare. In particolar modo l’argomento è stato trattato in un articolo che riguarda quelle lesioni tendinee piccole che non trovano un sollievo dai trattamenti conservativi.

3. Uomini e donne anziani che non riescono più ad utilizzare il braccio nemmeno nelle attività quotidiane.

Questo è un fenomeno assai diffuso. Anziani che pensano che il dolore notturno alla spalla sia qualcosa di normale e inevitabile: “è l’età”, “ha una periartrite”, “tanto cosa vuole fare alla sua età?”.  Purtroppo spesso il paziente non fa nulla per trattare il problema per questo motivo. In questo modo non si rende conto di quanto la sua qualità della vita sia compromessa e di come gradualmente diventi completamente dipendente dagli altri, anche nei comuni gesti della vita quotidiana. In questa categoria sono inclusi scenari enormemente diversi: lesioni dei tendini ancora riparabili nonostante l’età con lo stesso intervento artroscopico dei giovani, lesioni irreparabili che possono essere trattate con successo mediante fisioterapia specifica, artrosi conclamate che possono trovare un beneficio inaspettato da una protesi di spalla. Per approfondimenti specifici, si rimanda all’articolo relativo alle persone anziane che non sollevano più il braccio.

Il dolore alla spalla si può risolvere

Il dolore alla spalla durante la notte è sempre sintomo di un problema che può avere diverse origini e che è possibile risolvere.

Il problema del dolore notturno alla spalla è molto frustrante per il paziente, che spesso si sente impotente. Frequentemente le comuni terapie non hanno alcun effetto se non viene correttamente identificata la causa scatenante.

Un percorso medico di diagnosi porta anche al trattamento più opportuno che con grande frequenza può portare alla risoluzione completa del dolore.

 

Dolore persistente alla spalla: cosa fare?

Un dolore persistente alla spalla può essere sintomo di una lesione del tendine sovraspinato.

Molto spesso chi lamenta dolore alla spalla sono persone giovani e attive, al contrario di quello che si possa pensare: non è dunque un problema legato al progredire dell’età.

Il più delle volte si tratta di una tendinite della cuffia dei rotatori, l’infiammazione dei tendini che rendono possibile l’uso del braccio quando si solleva sopra la testa. La soluzione? Una terapia mirata per l’infiammazione e talvolta un’integrazione lubrificante per il tendine giungono alla soluzione. Il percorso ideale? Uno studio diagnostico di base ecografico e radiologico danno un quadro generale escludendo rotture che meritano un approccio chirurgico invece che semplicemente riabilitativo.

Ma qualche volta un paziente con dolore alla spalla, correttamente inquadrato con accertamenti di base, ben trattato per l’infiammazione e riabilitato, continua ad avere dolore. Questa situazione è frustrante tanto per il paziente quanto per il medico. Di fronte ad un fallimento bisogna ripercorrere le motivazioni che l’hanno determinato. La causa più comune nel giovane adulto è tipicamente una diagnosi mancata di una lesione parziale del sovraspinato. Spesso infatti un danno da lesione parziale del tendine è causa di un dolore recalcitrante alla guarigione. Cerchiamo di capire meglio questa problematica.

Una lesione nascosta del sovraspinato

Il sovraspinato è il tendine più importante della spalla e quindi anche quello che si lesiona più frequentemente. Chiaramente una lesione completa ha dei sintomi lampanti, che oltre al dolore causano una netta perdita di forza alla visita medica. Inoltre con i comuni accertamenti di base una lesione completa del tendine viene facilmente diagnosticata.

Ma la vita non è sempre fatta di bianco o di nero. Ci sono innumerevoli sfumature. Cosa succede se il tendine ha una cosiddetta lesione parziale? Qualche volta il tendine per un trauma o semplicemente per alcune particolari condizioni legati all’uso scorretto della spalla, può iniziare a cedere senza rompersi del tutto. E magari un ecografista può non segnalare la presenza di lesioni così piccole, specialmente se l’ecografo che viene usato non è ad alta definizione.

Si tratta di sfilacciamenti del tendine che se localizzati nel posto sbagliato possono essere vivamente dolorosi. E non rispondere al trattamento.

La lesione parziale del sovraspinato: possibili trattamenti

Qualche volta dunque non si risponde ai comuni trattamenti per l’infiammazione. Questo perché si cerca di trattare qualcosa che non è la vera causa del problema. Quali dunque i trattamenti per le lesioni parziali della cuffia dei rotatori?

Il trattamento iniziale è conservativo, senza intervento chirurgico. Si prova ad alleviare il dolore con una riabilitazione specifica per sollevare il tendine parzialmente lesionato da un eccessivo carico di lavoro. Inoltre è possibile eseguire procedure infiltrative mirate per arrivare a trattare la sede specifica del dolore, guidando la posizione di inserimento dell’ago con l’ecografia.

Quando e come operare una lesione parziale della cuffia dei rotatori

Quando tutto fallisce allora si apre lo spazio della chirurgia. A seconda del tipo di lesione l’approccio è differente: si può semplicemente grattare la lesione per favorirne la guarigione spontanea oppure ripararla in una maniera vera e propria fissandola all’osso con mini-viti dette ancore in artroscopia.

Per approfondimenti:

Patologia della cuffia dei rotatori: il vademecum dell’intervento

Guida pratica per il paziente alle infiltrazioni articolari

Nelle infiltrazioni moderne si utilizza prevalentemente l’acido ialuronico con lo scopo di lubrificare, nutrire l’articolazione e ridurre le infiammazioni.
Il cortisone viene ancora utilizzato a volte nell’ortopedia ma a bassi dosaggi e per dolori molto intensi che necessitano di rapida risoluzione.

Tutte le risposte sulle infiltrazioni di acido ialuronico e cortisone

Chirurgiarticolare ha realizzato un video per fornire al paziente che esegue infiltrazioni tutte le risposte alle domande che normalmente vengono fatte al medico prima o dopo la procedura.

 

Cosa significa il termine infiltrazione?

Infiltrare significa mettere un farmaco vicino all’esatto punto dove serve. L’efficacia è proprio legata al fatto che l’infiltrazione mette tutta la dose di farmaco proprio sul bersaglio.

Fa male eseguire un’infiltrazione?

La risposta è si perché è necessaria una puntura, ma il dolore non è peggiore di quello che si avverte facendo una normale puntura nel sedere.

Che farmaco viene utilizzato durante un’infiltrazione?

Non tutte le infiltrazioni sono uguali. La tendenza moderna è di utilizzare sempre di più le infiltrazioni di acido ialuronico: una lunga molecola con proprietà lubrificanti, nutritive e antinfiammatorie naturali. Questa sostanza è prodotta normalmente nelle articolazioni sane dal nostro organismo e aggiungerla in un’articolazione malata significa farle credere immediatamente di stare bene ripristinando le sue normali funzioni.

Il cortisone viene usato ancora qualche volta, ma solo in caso di gonfiore o infiammazioni molto intense e quando si cerca un sollievo molto rapido da un dolore intenso. Comunque lo si fa meno rispetto al passato e con dosi molto inferiori a quelle che possono produrre un danno sull’articolazione.

Tutti possono fare le infiltrazioni? Devo dire qualcosa sulla mia salute al medico prima di farmi pungere?

Il medico deve sapere se avete delle allergie, se prendete farmaci anticoagulanti che fluidificano il sangue, se soffrite di diabete oppure se avete un problema agli occhi chiamato glaucoma.

Che rischi corro a infiltrarmi?

I rischi dell’infiltrazione sono quelli di un’infezione legati alla puntura e di reazioni di intolleranza al farmaco usato che possono essere sospettate se avete già avuto un problema di allergia nel passato. Qualche caso molto raro ha una reazione infiammatoria acuta detta “pseudo-settica” con gonfiore arrossamento e vivo dolore. Tale stato si tratta con ghiaccio, antinfiammatori e riposo. Se avete una reazione estremamente dolorosa dopo la puntura avvertite il vostro medico.

Quando vengo a fare l’infiltrazione devo farmi accompagnare?

Dopo la puntura sarete in grado di tornare a casa da soli, senza bisogno di essere accompagnati.

Nei giorni seguenti la puntura avrò qualche limitazione?

Potrete svolgere tutte le normali attività ma il consiglio è di evitare attività pesanti per 24 ore. Un po’ di fastidio è normale ed è dovuto alla presenza del farmaco nell’articolazione. Se provate dolore nel sito di infiltrazione usate del ghiaccio localmente per 20 minuti con una protezione. Se il dolore fosse molto intenso e non si risolvesse in 24 ore contattate il vostro medico per essere rivalutati.

Calcificazione spalla: tendinite calcifica della spalla.

Tendinite calcifica: un piccolo percorso per capire cos’è e cosa si può fare per trattarla.

calcificazione spalla radiografiaLa tendinite calcifica è una causa molto comune di dolore alla spalla nella popolazione adulta. Si presenta tipicamente con un dolore intensissimo che compare senza nessuna giustificazione apparente.

Nonostante la sua presentazione drammatica che compromette talvolta completamente anche le attività più semplici, non è una malattia grave. La calcificazione di spalla tende inoltre a risolversi spontaneamente.

Diventa dunque difficile capire quando bisogna ricorrere ad un trattamento e per raggiungere quale scopo.

 

La dimensione del fenomeno

Un classico studio storico su oltre dodicimila spalle ha evidenziato che nella popolazione sotto i 40 anni si trovano calcificazioni tendinee in circa il 3% del campione studiato. Di queste solo il 35% diventa sintomatico. Specificamente si tratta di donne tra i 30 e i 60 anni. Il lato dominante è più spesso coinvolto e talora si può trattare di una patologia bilaterale.

Il tendine più spesso coinvolto è il sopraspinato. La tendinopatia, o tendinite calcifica della spalla, è dunque un problema importante.

Come mai si sviluppa una calcificazione di spalla?

Nessuno è riuscito a dimostrare la causa di questo fenomeno.

Sono state ipotizzate diverse teorie che correlano la tendinite calcifica con l’ipotiroidismo, senza però che vi sia un’associazione esclusiva con questa disfunzione endocrina. Può esserci anche il ruolo di un’infiammazione cronica del tendine o una situazione di sovraccarico continuo della spalla.

Si tratta sostanzialmente di una malattia che il medico chiama “idiopatica”, in parole povere: si sa cosa sia ma non si sa esattamente perché venga.

Le fasi della tendinite calcifica

Secondo la teoria patogenetica largamente accettata, nella tendinite calcifica la formazione del deposito di calcio segue tre fasi ben distinte.

    1. Una pre-calcifica in cui c’è un’involuzione fibrosa del tendine con probabilmente un ridotto apporto di sangue.
    2. Una fase calcifica successiva in cui la cicatrice viene sostituita da sali di calcio: in questa fase si riconoscono un primo momento di deposizione di calcio, un momento di riposo, un ultimo momento di riassorbimento.
    3. Segue una fase post-calcifica di riparazione del tendine.

Non c’è una regola che stabilisca la durata del processo, ma spesso la fase più dolorosa è quella del riassorbimento. Per questo motivo la fase molto dolorosa è quella ideale per il trattamento del lavaggio eco-guidato della calcificazione.

Perché trattare le calcificazioni della spalla?

Fino a questo momento abbiamo capito che la tendinite calcifica non è grave, è poco prevedibile nel suo andamento e si risolve spontaneamente prima o poi. Ma allora perché fare dei trattamenti?

Nessun trattamento è obbligatorio nella tendinite calcifica della spalla. Il solo scopo della terapia è ridurre il dolore ed evitare un danno troppo elevato al tendine in cui la calcificazione si sviluppa.
A tale scopo esistono tre tipi di trattamento che cercheremo di analizzare per capirne vantaggi e svantaggi:

  1. Le onde d’urto focalizzate
  2. il lavaggio eco-guidato
  3. l’artroscopia di spalla.

Le onde d’urto

Si tratta di bombardare la calcificazione di spalla meccanicamente dall’eserno del nostro corpo, focalizzando l’azione sul punto della calcificazione in modo da favorirne la frammentazione e il riassorbimento.

Il vantaggio facilmente intuibile è la non invasività della procedura e un elevato livello di efficacia negli studi clinici pubblicati. Gli svantaggi sono il fatto che sono dolorose durante l’esecuzione, richiedono più sedute (generalmente 3) e necessitano di un macchinario che può non essere presente in maniera capillare sul territorio. Esistono poi alcuni aspetti controversi sull’energia che deve essere utilizzata e il numero di pulsazioni per seduta.

Il lavaggio eco-guidato

Lavaggio calcificazione di spalla ecoguidato

Consiste nel posizionare uno o due aghi all’interno della calcificazione e lavare via il contenuto con fisiologica calda.

Il vantaggio consiste nella rimozione meccanica della calcificazione di spalla in una sola seduta con una spesa ridotta e con un’anestesia locale ambulatoriale. Gli svantaggi consistono nel fatto che il risultato è influenzato dall’esperienza dell’operatore. È comunque una procedura invasiva e si può sviluppare una borsite reattiva dopo la procedura, che provoca un peggioramento del dolore per qualche giorno.

Ecco un esempio di un lavaggio ecoguidato, per saperne di più esiste un articolo dedicato a questa procedura: “Le calcificazioni si sciolgono nell’acqua”

L’asportazione in artroscopia

calcificazioni di spalla artroscopiaConsiste nell’eseguire un vero e proprio intervento chirurgico per rimuovere la calcificazione di spalla sotto visione diretta. Tale procedura è senza dubbio la più accurata e permette anche di trattare eventuali lesioni associate (per esempio un danno al tendine). Sicuramente tra i suoi svantaggi ci sono l’invasività e i rischi anestesiologici.

Nell’immagine si vede una calcificazione di spalla (bianca) fatta uscire con un’ago dall’interno del tendine. In fase dolorosa le calcificazioni sono pastose, molto simili al dentifricio come consistenza e aspetto.

Il gesto chirurgico in artroscopia, essendo eseguito sotto visione diretta, è estremamente preciso.

Cosa fare dunque se si ha un dolore acuto alla spalla senza alcun apparente motivo?

La cosa migliore è fare un tentativo con il riposo e un antinfiammatorio prescritto dal medico di famiglia. Ma se non c’è una risposta in pochi giorni la cosa più utile è eseguire una semplice radiografia e recarsi dallo specialista. Insieme si sceglierà il trattamento più opportuno.

Piccole calcificazioni di spalla millimetriche rendono ideali le onde d’urto. Calcificazioni di spalla medie di consistenza pastosa si aspirano in ecografia eccellentemente. Calcificazioni di oltre un centimetro e di consistenza dura hanno il trattamento ideale in artroscopia.

La rigenerazione della cartilagine con le cellule staminali.

Incontro con il padre della terapia rigenerativa della cartilagine con cellule staminali.

Quante volte nella nostra comune attività clinica ci troviamo di fronte a lesioni della cartilagine? Siano esse una vera e propria artrosi o una lesione focale, ci sentiamo spesso inadeguati a proporre una soluzione rigenerativa al problema: seppure il danno focale post-traumatico sia considerato trattabile, la procedura è tuttaltro che semplice e i risultati ancora un punto interrogativo.

Cosa dire poi di un paziente troppo giovane per una protesi e con un’artrosi di III grado? Fino ad oggi la mia strategia ambulatoriale si è sempre basata sulla migliore evidenza clinica, con conseguente esasperazione del trattamento conservativo conosciuto: educazione del paziente, riduzione dei carichi, fisioterapia, bio-supplementazione con Acido Jaluronico, condroprotettori orali.

La frase che mi piace dire ai miei pazienti è questa: stringiamo i denti, cerchiamo con una combinazione di tante piccole cose di rendere la qualità della sua vita migliore possibile. Chissà che tra qualche anno la ricerca non produca una soluzione riparativa al problema piuttosto che sostitutiva.

Forse il momento della rivoluzione nella rigenerazione condrale è arrivato.

Ho incontrato il precursore del trattamento rigenerativo con cellule staminali a Lankawi (Malesia), a pochi passi da casa sua.

L’incontro in Malesia con il dott. Khay Yong Saw, padre della ricerca sulle cellule staminali.

Vengo invitato come docente ad un corso di infiltrazioni articolari nella bellissima isola di Langkawi in Malesia. Al mio fianco presenterà i risultati dell’utilizzo delle cellule staminali periferiche il dott. Khay Yong Saw. L’incontro è la sera prima dell’evento. Il dott. Saw è in ritardo perchè ha dovuto incontrare il primo ministro malese. Quando arriva è raggiante: ha avuto fondi statali per cominciare il trial clinico multicentrico, primo passo per l’approvazione da parte della FDA Statunitense all’utilizzo della sua tecnica.

Circa 600 casi trattati con una documentazione e rigore scientifico dello studio impeccabili. Parlare con il dott. Saw mi affascina.

La cosa più bella è la semplicità con cui ci interfacciamo. Sembra di condividere un pensiero comune sul trattamento dei pazienti, pur lavorando in mondi così culturalmente differenti. Poche parole e siamo già in sintonia. E durante il corso la lezione diventa un continuo botta e risposta che facilita il coinvolgimento dei presenti.

Il dott. Saw mostra dati eccellenti di rigenerazione condrale e un protocollo di infiltrazioni che appare vincente sotto ogni aspetto. La domanda è: possiamo produrre un danno articolare chirurgicamente significativo per fare in modo che cellule indifferenziate lo trovino e lo riparino modificandosi loro stessi nel tessuto da riparare? La risposta ancora non c’è, ma i primi risultati sembrano confortare in questa direzione.

Lo studio sull’uso delle cellule staminali nella rigenerazione della cartilagine.

Il dott Saw ha pubblicato su Arhtroscopy 2013 il risultato della sua esperienza personale con l’uso delle cellule staminali prelevate dal sangue periferico su 50 pazienti divisi casualmente in due gruppi differenti per vedere se ci fosse una differenza in termini di risultati aggiungendo al trattamento tradizionale questo tipo di terapia.

Il risultato della ricerca mostra un miglioramento netto in termini funzionali e di rigenerazione condrale alla risonanza magnetica. Addirittura per la presenza di gesti associati è riuscito ad avere l’esame istologico su 32 pazienti (16 per gruppo) mostrando un aspetto molto più simile alla cartilagine normale nel gruppo trattato con cellule staminali.

Il gruppo di Chirurgia Articolare Ricostruttiva di Firenze dove opero rimarrà di certo attivo in questo settore in modo da poter offrire la risposta rigenerativa che manca ai nostri pazienti. Il percorso in Italia è difficile e bisogna muoversi con attenzione per evitare di proporre trattamenti dal dubbio valore scientifico e nello stesso tempo muoversi nell’ambito della legalità rispetto alla nostra legislazione.

Dolore alla spalla? Cinque cose da sapere per chi lavora al computer.

Come prevenire il dolore alla spalla lavorando al computer

Quanto tempo passiamo davanti al nostro computer? Per lavoro o per divertimento molto spesso ci troviamo di fronte a un videoterminale e tra mouse e tastiera le articolazioni della spalla di certo non ringraziano. Ma si può prevenire il dolore alla spalla associato al lavoro al computer? Almeno parzialmente sì, vediamo come.

1. Più lavori al computer più rischio hai per l’insorgenza di dolore alla spalla destra o sinistra

Sembra banale, ma non lo è così tanto se consideriamo le dimensioni del problema: 45.000 persone con dolore alla spalla cronico sono state analizzate nel 2006 da un lavoro che ha considerato 39 diversi studi. Il problema sembra riguardare chi passa più di 20 ore a settimana alla scrivania davanti ad un computer. Cosiderata una settimana lavorativa di 5 giorni, si tratta di circa 4 ore al giorno… non poche ma nemmeno moltissime! Se poi ci sono alcune lesioni anche piccole a livello della cuffia dei rotatori la percentuale sale a dismisura.

2. Non tutto quello che provoca formicolii è un tunnel carpale

Se avete un formicolio specialmente alle prime 3 dita della mano durante il lavoro potrebbe trattarsi di un problema al nervo che passa nel polso (il mediano) che rimane compresso e infiammato e non fa più adeguatamente il suo dovere. Ma attenzione: non trascurate la posizione del collo, in alcuni casi una compressione radicolare dovuta ad un problema cervicale potrebbe esserne la causa.

3. I più comuni danni da videoterminale sono il dolore alla spalla e al collo

Il dolore alla spalla e al collo si verifica in oltre il 60% dei lavoratori costretti a passare più di 15 ore alla settimana davanti ad un computer. Circa il 40% di questi problemi sono dovuti a tendiniti di diverso tipo che nascono da infiammazioni o veri e propri danni ai tendini. Un tendine trascurato cronicamente infiammato può arrivare a rottura.

4. Le raccomandazioni ergonomiche per l’uso del computer si sono evolute nel tempo

Una decina di anni fa i teorici postulavano una posizione neutra: polsi piatti sulla tastiera, avambracci paralleli al terreno, gomiti a 90° e schiena dritta appoggiata allo schienale della sedia. Studi recenti hanno un poco modificato la cosa: in particolare un migliore supporto agli avambracci con i gomiti flessi più di 90° e i polsi sostenuti sembra sollevare di molto spalle e collo da eccessivi stress. Probabilmente perchè si scaricano da lavoro i muscoli del braccio, eliminando le tensioni.

5. I migliori consigli per un lavoro corretto al videoterminale

dolore alla spalla

  1. Posizionate la tastiera piatta e allontanatela dal bordo della scrivania. I vostri avambracci hanno bisogno di supporto e i vostri gomiti possono essere flessi appena di più di 90°.
  2. I polsi possono essere sorretti da un supporto in silicone o schiuma morbida. Il supporto non deve essere più alto della tastiera, evitando così di tenere i polsi in flessione dorsale, cosa che può danneggiare i tendini.
  3. E’ concesso reclinare leggermente la sedia indietro, eventualmente il supporto agli avambracci possono diventare i braccioli della sedia.
  4. Alzate il monitor. E’ fondamentale. La parte superiore del monitor deve essere all’altezza dei vostri occhi. Serve per tutti i monitor uno spessore per sollevarli. L’ideale? Una risma di carta A4 è perfetta normalmente. E il vostro collo ringrazia enormemente.

Fonte: Best Practices for Computer Users By INGFEI CHEN

Artrosi di ginocchio: guida avanzata per il paziente

L’artrosi di ginocchio è la perdita del normale rivestimento liscio dell’articolazione che si chiama cartilagine. Una cartilagine malata prende il nome di artrosi quando l’osso è almeno in parte esposto e quindi doloroso.
Ma vediamo come possiamo accorgerci se soffriamo di questa malattia.

L’artrosi di ginocchio causa dolore. Il dolore generalmente inizia con gradualità dopo attività intense o al contrario dopo essere stati a lungo seduti con il ginocchio piegato. Il dolore si accompagna al carico e al movimento e scompare con il riposo. Ci si può accorgere di non fare più alcuni movimenti per il dolore e di usare maggiormente la gamba opposta per risparmiare quella malata.

Un altro segno di artrosi è il rumore. Spesso le ginocchia che si consumano cominciano a fare un rumore meccanico e degli scrosci nel movimento. Questi scrosci sono lo scorrimento di due superfici irregolari l’una sull’altra. Se non causano dolore spesso sono scrosci benigni, mentre se si associano a dolore allora è possibile che siano dovuti ad artrosi di ginocchio.

Un altro campanello d’allarme è il gonfiore. Il ginocchio può apparire gonfio a fine giornata. Questo avviene perché il ginocchio senza cartilagine si infiamma facilmente con l’attività producendo liquido infiammatorio. Dall’esterno ci si può rendere conto di un ginocchio gonfio perché si forma come un piccolo palloncino davanti sopra la rotula e il ginocchio tira molto quando si prova a piegarlo.

Un altro elemento che suggerisce un’artrosi è una gamba che si storta verso l’interno o verso l’esterno. Tutti noi abbiamo una  nostra forma del ginocchio: chi ha le ginocchia larghe come i calciatori (più tipicamente gli uomini), chi invece ha la tendenza ad avere le gambe a X come gli individui sovrappeso o le donne. La nostra forma può essere più o meno accentuata e ce la portiamo dietro negli anni. Se questa forma si accentua velocemente peggiorando questo è un altro segno di grave artrosi.
Se non avete mai avuto le gambe storte e le persone cominciano a notarlo allora è il momento di indagare il problema con una radiografia.

Riassumendo: l’artrosi di ginocchio è una perdita di cartilagine che provoca dolore, gonfiore e deformità agli arti inferiori.

Impatto clinico dell’artrosi di ginocchio

L’ambulatorio del medico di famiglia si riempie frequentemente di pazienti che si presentano con un’artrosi di ginocchio. Il paziente artrosico ha generalmente sorpassato i 65 anni, è sovente sovrappeso e lamenta un dolore a insorgenza lenta, particolarmente ai primi movimenti dopo prolungata immobilità.
Il dolore tende ad aggravarsi e può accompagnarsi all’ispezione ad un mutamento dell’asse dell’arto inferiore: in poche parole il consumo spesso asimmetrico del ginocchio tende a farlo deviare verso l’interno o verso l’esterno (ginocchio varo o valgo).

Il problema per chi eroga visite di primo livello è certamente discriminare chi abbia o meno bisogno di una visita specialistica ortopedica e, in fin dei conti, cosa valga la pena operare oppure no. Cercheremo in questo post di chiarire alcuni criteri base nell’esecuzione degli esami diagnostici e nell’orientamento terapeutico.

Presentazione clinica dell’artrosi di ginocchio

Il paziente artrosico lamenta dolore o fastidi da anni che spesso migliorano nella stagione calda secca e peggiorano in autunno inverno. Di solito il problema viene trascurato a lungo e controllato con la progressiva riduzione delle attività: il ginocchio fa male quindi smetto di fare gradualmente le mie normali attività. In realtà dunque dato che il consumo è graduale e progressivo il paziente si rende conto che qualcosa sta andando storto solo quando si supera una certa soglia di consumo e magari le riattivazioni infiammatorie diventano più intense e dolorose.

Esami da richiedere nel sospetto di artrosi di ginocchio

artrosi osso su ossoPazienti di questa fascia di età e con una presentazione tipica devono eseguire come esame di primo livello una radiografia che ancora è lo strumento più adeguato e sensibile per stadiare l’artrosi.

L’elemento fondamentale per una corretta stadiazione è però il carico: il paziente deve fare la lastra con il peso corporeo (sotto carico) in modo da evidenziare un difetto di cartilagine che è radiotrasparente sulle lastre. Le proiezioni base da richiedere al radiologo sono l’antero-posteriore sotto carico, la laterale, l’assiale di rotula a 45°. Se il ginocchio è valgo il consumo prevalente è posteriore e una proiezione particolare aggiuntiva deve essere richiesta: la proiezione postero-anteriore sotto carico secondo Rosemberg.
La risonanza magnetica non deve essere richiesta in un primo momento. Potrebbe essere necessaria solo in un secondo momento quando ci trovassimo di fronte ad un dolore estremamente intenso che non trova un corrispettivo radiografico di consumo. In tal caso il motivo del dolore potrebbe risiedere in una malattia osteocondrale identificabile chiaramente solo in risonanza e non evidente alla radiografia in fase iniziale.

Il trattamento immediato in attesa degli esami diagnostici

Come trattamento di prima linea un buon risultato può essere ottenuto con una terapia antinfiammatoria orale, con il riposo e con l’utilizzo (specialmente in caso di gonfiore) di rimedi topici quali l’argilla verde, in grado di richiamare osmoticamente i fluidi dall’interno con un’azione di immediato sollievo seppur temporaneo del dolore.
La terapia infiltrativa dovrebbe essere iniziata dopo l’esecuzione degli accertamenti di base, specialmente se si sospetta la presenza di un’osteonecrosi.

Artrosi di ginocchio: quando operiamo

Non tutte le artrosi di ginocchio devono essere operate. Spesso le artrosi modeste molto dolorose nascondono problemi non visibili ai raggi che non vengono risolti dall’impianto protesico: per esempio una sinovite reumatica o un’origine extrarticolare del dolore.

Il ginocchio che non ha un problema artrosico e viene operato con una protesi non potrà altro che stare peggio dopo che un incauto ortopedico lo ha sostituito con uno di ferro. Le artrosi che vanno operate sono quelle in cui il consumo ha portato radiograficamente l’articolazione “osso su osso”. In questo caso l’assenza completa di cartilagine porta in superficie le terminazioni nervose subcondrali provocando il dolore. Questa è la ragione del dolore artrosico. Quella appena citata è l’unica condizione in cui una protesi funziona nel risolvere il problema al paziente. Le artrosi che non sono “osso su osso” non vanno operate, ma devono essere trattate conservativamente. E’ chiaro però che la valutazione radiografica deve essere eseguita sotto carico secondo le caratteristiche proiettive precedentemente descritte.

Tipologie di intervento per artrosi di ginocchio

Due sono le tipologie principali di protesi impiantabili: la protesi totale e la protesi monocompartimentale. La protesi totale sostituisce tutta l’articolazione incapsulandola come un dente e scivolando fluidamente grazie alla presenza di una plastica assai dura in polietilene. Si tratta dell’intervento necessario nella maggior parte delle artrosi gravi in cui tutta l’articolazione risulta malata. Qualche volta però l’articolazione si ammala in un solo compartimento, generalmente quello interno. In questo caso si può fare un intervento più piccolo di sostituzione della sola parte malata con una protesi monocompartimentale. E’ un intervento di grandissima soddisfazione per medico e paziente: la brutta fama di cui godeva nel passato è dovuta principalmente all’eccessiva indicazione in casi estremi che se ne faceva agli albori. Con la giusta indicazione questo intervento ha un’aggressività molto inferiore alla protesi totale a tutto vantaggio del paziente.
Un solo cenno a due altre tipologie di protesi: una è quella femoro-rotulea per chi ha un’artrosi elettivamente concentrata nel compartimento anteriore, l’altra è la bimonocopartimentale che può sostituire le superfici articolari senza toccare i legamenti. Entrambe possono avere uno spazio su pazienti ultra-selezionati.

Il post-operatorio: le tappe per il recupero

L’intervento chirurgico di protesi al ginocchio è un intervento maggiore di chirurgia ortopedica. Lo sviluppo della tecnologia e della ricerca farmacologica ha fatto si che nel nostro ospedale sia una realtà la chirurgia senza dolore. Abbiamo anche organizzato a Firenze un corso internazionale per confrontarci con i maggiori esperti al mondo di gestione perioperatoria del paziente operato di protesi. Sulla scia di questa evoluzione il paziente operato nel nostro reparto può sperimentare un percorso di recupero senza dolore che prevede le seguenti tappe di recupero:

  • un ricovero di circa 7 giorni (in riduzione)
  • ginnastica riabilitativa per il recupero del movimento completo
  • l’uso di bastoni per circa 6 settimane
  • rimozione dei punti a 20 giorni
  • recupero completo, sentendo il ginocchio come perfettamente normale a 6 mesi dalla chirurgia.

Cosa si può fare senza intervento

I pazienti che non hanno un’artrosi “osso su osso” devono essere trattati conservativamente.
L’approccio conservativo si basa su una serie di norme di vita che vanno dalla scelta delle calzature, l’uso di plantari, la perdita di peso corporeo, l’uso di tutori e la gestione ragionata dei farmaci antinfiammatori e ghiaccio.

Affianco a questi semplici provvedimenti c’è la viscosupplementazione, cioè l’introduzione all’interno dell’articolazione di Acido Jaluronico allo scopo di nutrirla, ridurre gli attriti e modulare l’infiammazione. Ne esistono di diversi tipi a seconda dello stadio del consumo articolare con un diverso regime infiltrativo da 3 a 5 somministrazioni oppure in singola dose. Su pazienti con artrosi moderata questo approccio ci ha permesso di controllare i sintomi in maniera molto soddisfacente, specialmente se affiancata alla modificazione dello stile di vita.

Aspetti riabilitativi

Il ruolo riabilitativo nell’artrosi è di fondamentale importanza e viaggia su un sottile filo in equilibrio tra il movimento articolare e il rinforzo muscolare che sono di grandissimo aiuto per il paziente, e l’infiammazione che è sempre alle porte nel paziente con un’articolazione consumata. Il migliore compromesso è raggiungibile con l’uso della cyclette a bassa resistenza per mantenere la fluidità del movimento, lo stretching per l’elasticità articolare e la ginnastica isometrica o l’idrochinesiterapia per mantenere il tono muscolare.
Proprio la ginnastica in acqua merita una particolare menzione per il risultato ottimale che ha per il paziente

Conclusioni

L’artrosi di ginocchio è un problema molto comune nella pratica clinica.
L’inquadramento della patologia si basa essenzialmente sull’uso di radiografie sotto carico in proiezioni opportune.
L’artrosi “osso su osso” si avvantaggia di un trattamento chirurgico che oltre a togliere il dolore corregge le deformità evitando al paziente il rischio concreto di caduta con danni collaterali (ad esempio fratture di collo femore).
L’artrosi moderata può essere trattata con grande beneficio sui sintomi mediante semplici norme di vita e uso di infiltrazioni articolari con acido jaluronico.

Infiltrazioni anca: raggiungere con efficacia l’articolazione per trattare il dolore

Come per le altre articolazioni, le infiltrazioni con acido ialuronico nell’anca possono aiutare l’artrosi moderata dell’anca in trattamento conservativo

L’artrosi moderata dell’anca può essere molto invalidante, manifestandosi con dolore profondo inguinale o gluteo che si accentua nel cammino. Spesso tale dolore limita la persona nella sua autonomia di marcia e nelle attività quotidiane o sportive. Ma non sempre la soluzione deve essere necessariamente un’operazione chirurgica. Qualche volta un trattamento conservativo che includa infiltrazioni con acido ialuronico all’anca può essere sufficiente. Specialmente nei giovani e in chi non ha un consumo completo “osso su osso”.

In tutto il mondo si sta tentando di controllare il numero di interventi protesici eseguiti e il primo passo per ritardare il ricorso al bisturi è il trattamento conservativo che si basa su una serie di semplici norme che puntano a ridurre il carico sulle articolazioni, ridurre il peso corporeo, controllare l’infiammazione, mantenere l’arco di movimento e conservare il tono muscolare. Affianco a tutto questo esiste la possibilità di introdurre con infiltrazioni dell’anca dell’acido jaluronico.

Per approfondire e capire meglio cosa è l’acido jaluronico consultate il capitolo di Wikipedia.

Come funzionano le infiltrazioni di acido ialuronico nell’anca

infiltrazioni acido ialuronico ancaL’acido jaluronico ha prima di tutto un ruolo lubrificante. Può essere immaginato come un olio denso che fa muovere nuovamente un cardine arrugginito.

L’anca con l’artrosi ha perso il rivestimento liscio che normalmente è costituito dalla cartilagine sana. In presenza di artrosi, quello che normalmente scivola senza attrito nè rumore comincia a ingripparsi e perdere la fludità del movimento. Se mettiamo qualcosa di lubrificante non curiamo certo la malattia, ma consentiamo a una superficie diventata rugosa di compensare a questo danno iniziale.

Tuttavia, pensare all’acido jaluronico come un solo lubrificante sarebbe molto limitativo. L’azione non è dunque solo meccanica, ma anche biologica. L’articolazione malata non produce più il normale liquido che nutre l’anca. L’acido jaluronico fornisce un ottimo supporto biologico all’articolazione, nutrimento e modulazione dell’attività infiammatoria legata alla malattia dell’artrosi. Per questo motivo l’attività dell’acido jaluronico è un ottimo coadiuvante all’azione di tutte le altre norme per la conservazione del movimento, il calo ponderale e la modificazione delle attività.

Come essere sicuri che il farmaco raggiunga la destinazione durante le infiltrazioni

Ecografo lo strumento per monitorare le infiltrazioni di acido ialuronico all'ancaL’anca è un’articolazione assai profonda, circondata da vasi e nervi, avvolta da una spessa capsula. Pensare di raggiungere l’articolazione con un ago evitando i rischi e puntando direttamente all’obiettivo è assai arduo. Chi ha studiato il problema ha pubblicato lavori che sostengono che infiltrare senza una guida l’articolazione dell’anca è come tirare una monetina: raggiungiamo l’articolazione solo in un caso su due. Per questo motivo, chiunque esegua tale procedura deve utilizzare un sistema di guida per essere sicuro di mettere il farmaco esattamente dove serve.

Due sono le metodiche più diffuse a tale scopo: la radiografia e l’ecografia.

Con la radiografia si indirizza l’ago e si controlla la sua effettiva presenza all’interno dell’articolazione: solo quando si vede l’ago dentro si inietta il farmaco. E’ un metodo pratico ed efficace, l’unica controindicazione è l’esposizione ad una piccola dose di raggi, i cui effetti negativi sono noti.

ecografia per monitorare le infiltrazioni di acido ialuronico nell'ancaLa seconda metodologia è la guida ecografica. Con una semplice ecografia si identifica l’articolazione e si segue in tempo reale il percorso dell’ago per raggiungerla. Quando si raggiunge la destinazione si può infiltrare.

Solo guidando la procedura si può essere sicuri dell’accuratezza dell’infiltrazione dell’anca.

Quante volte si può eseguire infiltrazioni dell’anca durante l’anno

Esistono diversi tipi di farmaco per infiltrazione. Nell’anca, data la posizione profonda e la necessità di organizzarsi per una procedura guidata, si preferisce utilizzare prodotti ad elevato dosaggio o molto densi che persistano più a lungo nell’articolazione. Pertanto si tratta di eseguire secondo due diversi schemi o due infiltrazioni ravvicinate a distanza di 1 mese con l’obiettivo di mantenersi senza sintomi per 1 anno, oppure 3 infiltrazioni una ogni 4 mesi per mantenere una costante supplementazione nell’articolazione.

A seconda del prodotto utilizzato quindi è variabile lo schema terapeutico seguito.

Come sapere se l’acido jaluronico è un’alternativa utile nel mio caso

L’unico modo per sapere con esattezza se le infiltrazioni con acido ialuronico dell’anca che ha fatto l’amico o il vicino di casa sono adatte anche a me è l’esecuzione di una radiografia del bacino sotto carico (è fondamentale essere in piedi quando si fanno i raggi) e consultare un ortopedico per una visita medica accurata. Infatti la risposta alla terapia infiltrativa può essere molto variabile a seconda del consumo radiografico dell’articolazione e delle condizioni cliniche.

Qualche volta inoltre di fronte a viva infiammazione e dolore può essere indicata l’associazione con altri prodotti che forniscano un’azione antinfiammatoria più rapida.

I pilastri del trattamento conservativo dell’artrosi dell’anca

Affianco alle infiltrazioni dell’anca ci sono altri consigli utili per controllare il dolore:

  • Perdita di peso corporeo: bastano 5 kg persi per sentire un ottimo beneficio.
  • Mantenimento del movimento e rinforzo muscolare: rimanere elastici e forti aiuta a compensare il consumo. Il migliore risultato nell’artrosi si ottiene facendo ginnastica in acqua per non avere infiammazione.
  • Uso di bastoni da trekking nel cammino prolungato.
  • Portare calzature ammortizzanti.
  • Assumere farmaci antinfiammatori solo sotto la supervisione del medico.
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